Il Covid costerà alle aziende di tutto il mondo circa 20mila miliardi di dollari nel 2020, secondo una stima del più grande fondo speculativo del Pianeta, Bridgewater.
Per fare un paragone, il PIL mondiale è di circa 91mila miliardi di dollari.
Per questo motivo un editoriale dell’Economist del 16 novembre scorso ha esortato le organizzazioni a “sperimentare”, passando dall’innovazione alla “trasformazione”. Anche perché lo scenario è preoccupante.
È certamente vero che il PIL non misura la felicità, ma tante cose le dice, e a sette mesi dall’inizio della pandemia, se anche le previsioni a breve termine dell’economia globale sembrano leggermente meno cupe, quelle a lungo termine rimangono fosche.
Nel suo ultimo World Economic Outlook , pubblicato il 13 ottobre, il Fondo monetario internazionale ha rivisto le sue aspettative di crescita globale nel 2020, portandolo a -4,4% dal -4,9% del precedente aggiornamento di giugno. Inoltre la crescita nel 2021 dovrebbe essere leggermente meno vivace.
E il fondo avverte che la ripresa sarà probabilmente “lunga, irregolare e incerta”.
Proprio come alcuni pazienti soffrono degli effetti a lungo termine del covid-19, anche l’economia globale subirà danni duraturi.
L’FMI stima che, anche entro il 2025, il PIL globale pro capite sarà inferiore a quanto previsto all’inizio del 2020. I Paesi poveri saranno i più colpiti.
Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19 è invece il titolo della rilevazione condotta dall’Istat tra l’8 e il 29 maggio 2020, con l’obiettivo di raccogliere valutazioni direttamente dalle imprese in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività.
I risultati della rilevazione dicono che nella fase 1 dell’emergenza sanitaria (tra il 9 marzo e il 4 maggio) il 45,0% delle imprese con 3 e più addetti (458 mila, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato) ha sospeso l’attività.
Per il 38,3% (390 mila imprese) la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo mentre il 6,7% (68 mila) lo ha fatto di propria iniziativa.
Oltre la metà delle imprese (37,8% di occupati) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020.
Il 38,0% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito.
Per far fronte alla crisi, indica lo studio, sono state adottate innanzitutto misure quali la riorganizzazione di spazi e processi (23,2% delle imprese) e modifica o ampliamento dei metodi di fornitura dei prodotti/servizi (13,6%).
Un recente report (Startup vs Covid-19), Cariplo Factory, hub di innovazione nata su iniziativa della Fondazione Cariplo, ha interpellato 150 start up della propria rete.
Dall’analisi è emersa una mappatura nazionale di tutte le azioni messe in campo dalle startup durante il periodo di lockdown.
i risultati dicono che un quinto delle realtà interpellate ha messo in campo azioni mirate a contrastare l’emergenza sanitaria, e ben 4 su 5 azioni a supporto del cittadino durante il periodo di lockdown.
Un terzo circa delle start up interpellate ha riconvertito il proprio modello di business; tra queste, il 32% offrendo un nuovo servizio/prodotto, il 28% implementandone uno già esistente, e il 32% introducendo servizi o prodotti complementari a quelli esistenti.
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