Non pensate di essere gli inventori del mondo!

Achille Castiglioni è stato un gigante del design italiano. Milanese, vincitore di ben 9 Compassi d’oro e di numerosi altri premi, le sue opere iconiche sono esposte nei più importanti musei del mondo, MoMA di New York compreso.
Castiglioni ci ha lasciato il 2 dicembre del 2002, <<e sin da allora mia madre decise di mettere ordine nello studio di papà e di aprirlo al pubblico>> spiega la figlia Giovanna Castiglioni.

Oggi lo studio di piazza Castello 27 è la sede della Fondazione Achille Castiglioni, nata nel 2011, di cui Giovanna è vicepresidente. Con lei Antonella Gornati, storica collaboratrice di Achille, Noemi Ceriani, il fratello Carlo Castiglioni -presidente-. <<…e la bassotta Linea! Lo studio è oggi un museo aperto ai visitatori che racconta mio padre attraverso non solo le sue creazioni, ma molti degli oggetti che lui usava portare all’università o come fonte d’ispirazione. Era un uomo amante della curiosità, e infatti diceva spesso “Se non siete curiosi lasciate perdere”. Le persone in visita vogliono conoscere la storia degli oggetti presenti nello studio, e io cerco di raccontarne il percorso progettuale, la scelta del nome, della funzione e della forma. Ormai siamo a 6-7mila visitatori all’anno (all’inizio erano quasi più gli stranieri che gli italiani). Li accogliamo ad uno ad uno, e ascoltiamo anche quello che ci vogliono raccontare loro rispetto ai progetti di Castiglioni, spesso sono storie -bellissime-, che delineano il loro rapporto con le creazioni di mio padre>>.

Che cosa voleva dire per Achille Castiglioni progettare?

Aveva dei punti saldi: essere una persona curiosa e molto umile. Ascoltava gli altri, amava discipline diverse, affinché concorressero a un obiettivo di un grande collettivo.
Il suo modo di progettare era molto pratico. Non aveva tutta la tecnologia che abbiamo oggi, ovviamente: aveva una matita, una penna, della carta per scrivere una lettera, o al massimo il fax. Apparteneva a una generazione con molto più tempo per riflettere, contattare grafici, artisti, fotografi. Era un architetto formatosi in un periodo particolare -si laurea nel 1944-, e quindi il suo approccio è risultato molto circolare: è partito dalle architetture, per poi passare agli interni, agli allestimenti e infine agli oggetti. Non “dal cucchiaio alla città”, come si usa dire l’architetto Ernesto Nathan Rogers, bensì “dalla città al cucchiaio”.
Achille ha progettato di tutto, divertendosi. Dal comodino al sedile da trattore, fino a un sellino da bici per le “brevi telefonate”. Il suo era un approccio progettuale serio, preciso, rigoroso, ma molto ironico. Non prendiamoci troppo sul serio, insomma! Ai suoi studenti diceva: <<Non pensate di essere gli inventori del mondo. Non è così, non deve esserlo. Cominciate ad allenarvi all’autoironia e all’autocritica>>.
E sugli errori ripeteva sempre: chi sbaglia fa giusto. Non tanto nel senso dell’errare e del perseverare, ma l’idea dello sbaglio per imparare. “L’esperienza non dà certezza né sicurezza”, diceva. “Aumenta, anzi, le possibilità di errore. Più passa il tempo, più difficile diventa progettare meglio. L’antidoto? Ricominciare ogni volta da capo, con umiltà e pazienza”.

Ha lavorato molto con aziende e organizzazioni

Ricordo molto bene quando papà andava in azienda e salutava prima gli operai e poi i capi. Per lui nella progettazione gli operai, il saper fare con le mani, il sapere delle persone, erano punti fondamentali.
Questo di fatto è un ulteriore elemento che compone il suo “metodo” di progettare: non prendersi sul serio, essere curiosi, interessarsi agli altri, confrontarsi, imparare dagli errori. E guardare agli oggetti comuni, quelli anonimi: ne aveva una collezione -martelli, forbici, la molla slinky, occhiali da saldatore…- che oggi i visitatori del museo possono incontrare. Infine, un grande amore per la natura.

Che cos’è invece per voi, oggi, progettare in e per la Fondazione Achille Castiglioni?

È provare a dare un senso al passato, in modo non commemorativo. Fare comunicazione molto dinamica in mezzo alla gente. Quando hai questa ricchezza tra le mani serve raccontarla, condividerla. Il mio papà è una torta al cioccolato: ne porti via una fettina, un pezzo del suo modo di vivere le cose – ovvero la sua progettualità- per sentirti appagato.
E poi non c’è solo lo studio: si va in giro per una bella chiacchierata in mezzo alla gente, nei musei, nei centri culturali etc. Il design non è un lusso come sembra essere diventato-: è una storia! Chi mi dice che mio padre è stato un personaggio lo mando fuori dal museo. Mio padre è stato una persona.

Photo Credits:
A sinistra, disegni dei dettagli del letto “Itititi”,ph Piotr Niepsuj, Courtesy Fondazione Achille Castiglioni.
A destra, disegni, schizzi e appunti delle poltrone Cubo, Sanluca e Sancarlo, ph Piotr Niepsuj,Courtesy Fondazione Achille Castiglioni

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