La vicenda di RiMaflow comincia con una bancarotta conclamata nel 2009. Allora la fabbrica metalmeccanica Maflow di Trezzano contava 330 dipendenti, un’attività proficua nel settore dell’automotive con un mercato solido, clienti importanti, zero giorni di cassa integrazione anche in periodi di crisi, lavoro su tre turni.
“La bancarotta fu dunque una amara sorpresa per tutti” racconta Gigi Malabarba, socio della cooperativa che oggi si chiama “RiMaflow – Fuori mercato, società operaia di mutuo soccorso, cooperativa sociale di comunità, a responsabilità limitata”.
Ma torniamo al 2009.
“In amministrazione controllata la Maflow sarebbe stata messa all’asta, e per questo i dipendenti diedero vita a un anno di mobilitazione, durante il quale non si riuscì però a trovare un nuovo acquirente. L’asta si tenne allora nella primavera dell’anno successivo. L’acquirente si prese la fabbrica e mantenne solo 80 lavoratori -lasciando 250 lavoratori in cassa integrazione a zero ore-, con l’intento di assicurarsi le commesse ma senza la volontà di rilanciare lo stabilimento di Trezzano. Infatti, trascorsi i due anni previsti dalla legge, licenziò anche gli ultimi 80 e portò via i macchinari”.
Da qui parte la “rinascita”.
“Non si riuscì a contrastare la chiusura della Maflow. A quel punto un gruppo di persone, tra quelle che avevano partecipato al presidio ai cancelli, pensò di progettare qualcosa di simile a ciò che era avvenuto nel 2001 in Argentina. Ovvero provare a tentare a Trezzano l’esperienza delle ‘fabbriche recuperate‘ d’oltre oceano. Tradotto: lavoratori che in autogestione continuano a mandare avanti la produzione, cercando di ottenere il riconoscimento del diritto a continuare a lavorare, ma senza padrone”.
Così avviene la rinascita della Maflow, che chiamiamo RiMaflow.
“I lavoratori diventarono imprenditori di sé stessi. Sin da subito decidemmo che la nuova produzione deve guardare alla sostenibilità. Quindi la domanda: che cosa può fare una fabbrica metalmeccanica per contribuire alla salvaguardia del Pianeta? All’inizio avevamo pensato di lavorare sui RAEE -Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, ma per noi quella R stava per Recupero e Riuso-, ma alla fine abbiamo trovato un’altra strada, che è quella che ancora oggi dopo tanti anni battiamo, ovvero quella del rapporto con le produzioni e trasformazioni del mondo agricolo, tentando di costruire filiere alternative (che abbiamo chiamato “Fuorimercato”).
Nacque così una rete di produzione e distribuzione dei prodotti del Parco agricolo Sud Milano e delle realtà agricole del Mezzogiorno che condividevano i principi etici e sociali di Fuorimercato, dalla scelta agroecologica alla remunerazione contrattuale di chi lavora”.
Il valore del lavoro al centro di questo processo.
“Noi veniamo anche da un’altra rottura: abbiamo cercato di passare dallo sfruttamento del lavoro all’autogoverno, alla valorizzazione dei singoli. Un valore che ci è stato riconosciuto: ad esempio quando siamo arrivati al rischio di sgombero, scongiurato anche grazie alla grande solidarietà che abbiamo ricevuto e che ha riconosciuto il valore, anche sociale, della nostra esperienza, che per tale motivo andava difesa.
Incidentalmente, quel rischio di sgombero ci ha portato -con la mediazione della Prefettura tra i lavoratori e le lavoratrici e la proprietà dell’are – a recuperare uno dei due stabilimenti un tempo unito, a 500 metri da quello che avevamo occupato”.
Oggi come vive la “rinata” RiMaflow?
“Il gruppo iniziale era composto da 15 persone. Nel corso del tempo si sono uniti tanti altri, magari provenienti da altre fabbriche, o artigiani che avevano perso la bottega. Oggi siamo 80 persone che possono utilizzare gli spazi che abbiamo conquistato portando pluralità di attività.
La nostra è dunque una storia di rinascita delle persone. Non abbiamo avuto in realtà un’idea geniale. Abbiamo solo cercato di capire come avevano fatto altri. Ma nello scegliere questa strada abbiamo riscontrato il risultato positivo del miglioramento dell’attitudine delle persone.
C’è stato un tempo in cui la fabbrica si poteva pensare come un luogo solidale e progressista. Ma in realtà la fabbrica, le fabbriche, spesso sono più di quel che possa sembrare un luogo di competizione, se non di razzismo e sessismo.
Ecco, l’ambiente solidale che abbiamo cercato di creare rompe queste dinamiche. Abbiamo sperimentato che non è utopia pensare che chi risente dei riflessi della società possa migliorare e avvicinarsi a chi riteneva un “diverso” o un “nemico”.
Oggi ci sono persone -che ospitiamo nella nuova fabbrica-, che non si sarebbero guardati in faccia, se non insultandosi. È una rivoluzione, più che una rottura, o un semplice cambiamento.
C’è poi un altro aspetto. Il lavoro in autogestione è una lotta quotidiana per la sopravvivenza: non sono tutte rose e fiori, e la ricerca della sostenibilità economica per tutti è una grande fatica. Nessuno ti regala niente, e conquistarsi uno spazio per far vivere le proprie famiglie produce tensione e conflitti. Ma la scelta è stata quella di aiutare a fare dei passi in avanti alle persone. È proprio vero: non esiste soluzione per la quale ognuno si salva per conto suo.
La rinascita, rispetto a vivere sotto padrone, è questa: un’idea alternativa di fare la produzione.
A più di 10 anni dalla bancarotta ci siamo ancora, e siamo riusciti a portare lì altra gente con belle esperienze. È un piccolo successo, qualcosa che dimostra che chi vorrà provare dopo di noi farà qualcosa di ancora più bello, magari sulla base anche degli errori che abbiamo fatto. Una strada si è aperta”.
Photo by SwapnIl Dwivedi on Unsplash