Anna Chiara Cimoli è docente e ricercatrice di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Bergamo. Specializzata in Museologia all’Ecole du Louvre, ha conseguito un Ph.D. in Storia dell’Architettura al Politecnico di Torino, collaborando in seguito al progetto europeo “MeLa*-European Museums in an age of migrations”. Si occupa da vent’anni di museologia sociale, in particolare in collaborazione con ABCittà, un collettivo di urbanisti e educatori. Dal 2020 è co-progettista di MUBIG, il museo di comunità del quartiere di Greco a Milano. Nel 2021 ha fatto parte del comitato scientifico di Milano Città Mondo (Comune di Milano/Mudec). È presidente della Fondazione CASVA di Milano.
Che cos’è la “memoria”? Per una persona, come me, che si occupa di storia, è la domanda di una vita. Forse solo ora lo sto capendo, dopo 30 anni di lavoro e di ricerca in questo campo. Oggi dico che toccare la storia è provare a definirsi: conoscere il passato per incidere sul presente.
Il problema è che detto così si rischia di sembrare un po’ banale, e magari di allontanare tante persone dai temi memoriali.
Per questo motivo, negli ultimi tempi mi sono sforzata di ribaltare la prospettiva nei miei corsi di Storia dell’arte: la traccia parte dal presente, per poi dipanarsi tornando indietro. È una grande fatica, anche perché quando inizio a studiare per preparare il corso non so dove andrò a parare.
Tuttavia mi accorgo -parlando con i miei studenti- che il meccanismo funziona, se per “funzionare” intendiamo sviluppare strumenti critici e mantenere alta la soglia dell’attenzione, in relazione ai propri automatismi di archiviazione delle informazioni.
Ovvero: l’andamento lineare nella storia è abbastanza scontato, e soprattutto gli studenti oggi hanno tutti gli strumenti per fare da soli. Viceversa, partire dall’oggi e tornare indietro, diventa un esercizio che scardina luoghi comuni, con tutte le contraddizioni di leggere il presente: chi può dire di saperlo fare, dato che si tratta sempre solo di un frammento deviato da chi siamo?
Buttando questo metodo al centro del tavolo e lavorando in una logica di ricerca comune succedono delle cose interessanti. L’obiettivo che mi do è aprire conversazioni, cercare di capire insieme quanto ognuno di noi sia responsabile di costruire una storia. In fin dei conti si tratta di riuscire a trovare l’ordine in cui i contributi di tutti siano coerenti tra di loro.
Ad esempio: lo scorso anno ho tenuto un corso sull’estetica della protesta. Ci siamo chiesti: esistono forme ricorrenti di protesta, che siano legate ad aree geografiche, a fasi storiche o ad altro? Oppure forme trasversali, che si ripetono in periodi e luoghi distanti tra loro? In questo caso ho esplicitato che sarai partita dalle proteste scaturite dopo la morte di George Floyd, e da lì sarei tornata indietro. In altri corsi ho preferito mantenere questa “chiave” un po’ più sotterranea.
Mi colpisce sempre come in questo lavoro circolare -che ti butta nel presente e ti porta a ritroso, negoziando il percorso- gli studenti esprimano pezzi di vita civile e di riflessione personale (pur senza andare sull’autobiografico); e anche desideri, magari rispetto all’università. Si crea in definitiva uno spazio in cui possono entrare le dimensioni del presente.
Guardando alla memoria delle organizzazioni, la mia riflessione parte dal fatto che lavoro in università pubblica relativamente giovane -quella di Bergamo-, e prima ho insegnato alla Statale di Milano. Oggi c’è una riflessione molto presente e utile su che cosa voglia dire stare in università. Anche in questo contesto è utile capovolgere questa memoria un po’ sclerotica: in molti ci interroghiamo su che cosa voglia dire oggi essere accademici ed essere dentro la società, in una dimensione di apertura quanto maggiore possibile.
E poi ci sono i musei, che della memoria fanno la loro ragione di esistenza. La mia esperienza mi porta spesso a dire che il museo è un mondo che ha tante velocità diverse al suo interno. Ci sono istituzioni molto leggere, capaci di sganciarsi dalle ritualità, e altri che teorizzano il famigerato “si è sempre fatto così”. La velocità non è un valore in sé ovviamente, ma ci si deve confrontare con quel che c’è fuori dalla finestra: la volontaria scelta di tener fuori dalla porta la consapevolezza della contemporaneità è ingiustificabile.
Ad esempio, oggi si discute molto di “decolonizzazione” del museo: è un flusso di riflessione ineludibile che fa parte del quotidiano di chiunque, ormai. Ma non riguarda solo quelle istituzioni che detengono la memoria del colonialismo: si tratta di comprendere quella dimensione coloniale profonda, magari inconscia, che è presente molto più di quel che sembri.
I musei sono lì per rielaborare questo tipo di assunti: il ‘900 è finito da un pezzo. Si tratta di vedere in che modo possiamo spostare le categorie che sono state valide troppo a lungo -magari causando danni irrimediabili- mobilizzando queste tassonomie. Definire chi è l’”altro”, il passato e il presente: i musei hanno un ruolo cruciale e sono grandi protagonisti di questa trasformazione.
Infine: la condizione perché la memoria sia ricchezza, mi pare, è la disponibilità a essere leggeri, a rinunciare a pezzi della propria biografia, a certezze, posizionamenti, all’affezione a ciò che abbiamo fatto, e mettersi all’ascolto delle competenze di chi è arrivato dopo di te, non importa se più giovane professionalmente o anagraficamente. Serve curiosità verso chi arriva.
La condizione è appunto un po’ di rinuncia, di leggerezza, di capacità di ascolto, anche affidandosi a tecniche adeguate, ovvero dinamiche che ci aiutino a osservare e tirare fuori da noi gli automatismi, che sono il male per le organizzazioni. La consapevolezza è l’unica via che ci salva.
Se la prospettiva è il futuro, se siamo rivolti verso il futuro, questo deve essere lo sforzo: fare un gesto di condivisione, cedere spazio, verificando che chi ha buone idee le possa esprimere. Preoccuparci di valorizzare chi viene dopo di noi.
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