Ho iniziato ad avere a che fare coi media digitali per caso e non per lavoro. Il che ha fatto sì che, da comunicatrice, mi sono ritrovata con un gran vantaggio competitivo quando i social media sono esplosi, grazie alle “dinamiche” di socializzazione digitale che avevo già ben vissuto.
Era addirittura la fine degli anni 80! Ogni tanto farebbe bene ricordare che una rete digitale italiana è esistita ben prima di Facebook. Posso anche dire di essere arrivata al punto di misurare il periodo di tempo tra l’arrivo di un nuovo strumento digitale e la possibilità di usarlo in comunicazione: sono circa 4 anni. Le persone si buttano su un social, dopo 4 anni il social è anche strumento di comunicazione per le aziende, dopo 10 anni è solo uno strumento di comunicazione.
Ho sperimentato molti strumenti, dalle chat ai blog, mantenendo sempre il medesimo atteggiamento: entrare in un nuovo ambiente digitale e restarci solo se mi piace. Altrimenti ciao.
Tradotto vuol dire che alcune cose le ho approfondite, altre no.
Razionalizzando questo approccio, ho messo a punto delle modalità di utilizzo degli strumenti e ho capito che questo atteggiamento non orientato, semmai divertito e partecipato, era -appunto- il mio vantaggio competitivo.
Ho raccontato tutto questo perché, in definitiva il mio “metodo” -fa sorridere, ma lo è- sta nell’orgoglio di imparare cose nuove e approfondire temi complessi cercando sempre divertimento e leggerezza, e non -o non solo- fatica, impegno, studio.
È una cosa anche un po’ pericolosa da dire, me ne rendo conto. Ma è un approccio che ribadisco anche nella mia attività di formazione, dove cerco sempre di nutrire la creatività. Ovvero leggete meno l’ultimo libro su come si usa Linkedin, e visitate una mostra!
C’è una frase che uso spesso: “Il cazzeggio di oggi è il fatturato di domani”. Arrivo a insegnare alle persone che tutti i lavori hanno bisogno di una fase di pensiero laterale. Mi spiego: di solito quando siamo bloccati, in un lavoro che stiamo facendo, ci sforziamo, cerchiamo di risolvere il blocco ad ogni costo. Io propongo: fai altro. Pensiero laterale, il più laterale possibile. Foss’anche solo per interrompere un processo incagliato, un po’ come quando è necessario riavviare un computer che si è impallato.
Nulla di perentorio, sia chiaro; mi viene in mente un direttore del personale spagnolo che ho sentito a un importante appuntamento, obbligava i dipendenti ad alzarsi e ballare. In realtà il cazzeggio basta consentirlo, e non vietarlo. In molti hanno sviluppato tanto metodologie. In generale, basta dire che quando si è bloccati si fa una pausa.
Ovviamente poi si passa alla seconda parte del lavoro, che è quello dell’ordine e del rigore, e che ha molto a che fare con due cose: la capacità di fare sintesi, innanzitutto. Io sono copywriter di formazione, per cui mi viene naturale ridurre allo stretto necessario parole e informazioni. Oggi mi affiderei soprattutto a mappe, anziché una presentazione da 85 slide. Se hai bisogno di troppe parole sei lontano dalla soluzione.
Il secondo criterio è: il meno possibile. Solo quello che serve, nulla in più. I dati aiutano tanto da questo punto di vista.
La situazione che stiamo vivendo, e il massiccio ricorso allo smart working per molte categorie di lavoratori, ci sta insegnando molto. Dal mio osservatorio posso intanto dire che è passata la paura che da casa il dipendente non lavori. Anzi. Microriunioni molto brevi, anche più volte al giorno, da remoto, finiscono per essere più efficaci e divertenti.
Oppure: molte persone hanno scoperto ritmi che con l’orario normale di ufficio non conoscevano. Io so che lavoro molto meglio a certi orari, altri hanno scoperto di lavorare molto bene dopo cena.
Questo senso di libertà è molto utile, anche se sappiamo che molti rimpiangono l’ufficio -cosa che un po’ mi stupisce-.
Anche la libertà sull’orario è un approccio molto creativo. Dal punto di vista delle organizzazioni, al di là del tema legale e contrattuale -che sospetto essere un po’ un alibi- quello che spero che succeda è che diventi un po’ normale che si possa avere una propria flessibilità, anche nei carichi di lavoro.
Dobbiamo andare sempre più verso un lavoro a obiettivi, idee, proposte, non misurato rispetto al tempo passato a fare qualcosa, o peggio stare in un posto.
La speranza è che lavoreremo tutti meno, in termini di tempo: deve passare l’idea che se diminuiscono le ore può salire la produttività.
Mafe de Baggis: Come (digital) media strategist aiuto a vedere i diversi media come punti di contatto con i clienti ideali (anche quelli che ancora non sanno che esisti) e a capire come progettare, sviluppare e gestire nel tempo la presenza su quelli rilevanti per il mercato. Ho messo «digital» tra parentesi perché ho più esperienza con i media digitali (ho iniziato a usarli professionalmente a metà degli anni ’90), ma sono convinta della necessità di una strategia transmediale, cioè un filo conduttore che tenga insieme tutti i punti di contatto: dal sito al negozio a Facebook ai cartellini del prezzo alla scatola con cui consegni i prodotti al modo in cui rispondi alle recensioni.
(Testo raccolto da Pietro Raitano)
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