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Perché non possiamo fare a meno dell’Europa

<<L’Europa oggi è assolutamente indispensabile. Lo è anche più del passato. Basti anche solo pensare al piano di aiuti che arriva per Italia: decine di miliardi di euro, tra prestiti e finanziamenti, parte dei quali sono tuttavia sostituzione di finanziamento, ovvero indebitamento europeo anziché italiano. L’effetto per noi è che il costo sarà molto ridimensionato e sostenibile.

Il rapporto con l’Europa è assolutamente necessario, e tutte le organizzazioni devono rapportarsi con l’Europa in maniera intelligente e proficua>>.

Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa, ha insegnato presso numerosi Master e corsi di perfezionamento in varie sedi universitarie italiane ed è autore di numerose pubblicazioni e articoli sulle tematiche della storia economica e dell’economia contemporanee. Collabora con il mensile Altreconomia e con il quotidiano Il Tirreno. È stato sindaco di Massa dal 2013 al 2018 e nel 2019 ha pubblicato il volume Perché non possiamo fare a meno dell’Europa. Contro la retorica anti-euro di sovranisti e populisti.

Che approccio dovrebbero avere le organizzazioni italiane nei confronti delle istituzioni europee, soprattutto quando si tratta di bandi e finanziamenti?
Il tema è conosciuto, ma tra le tante c’è una considerazione generale che mi appartiene maggiormente. Ovvero: è necessario un buon livello di professionalità, cioè non si può improvvisare. Quando si lavora con le istituzioni comunitarie non ci si mette semplicemente intorno a un tavolo per rispondere a un formulario. In realtà serve cultura vera nella redazione dei bandi, per comprenderne lo spirito, lo stesso che si trova nelle misure adottate. Non ci può essere l’autodidatta, l’occasionalità. Le organizzazioni devono avere una componente interna dedicata, organizzata, strutturata, con la disponibilità anche a muoversi.

Lo dico perché bisogna parlare il linguaggio delle istituzioni -e del bando attraverso il quale queste si rivolgono alle organizzazioni-. Proporre un progetto all’Ue non vuol dire tentare di vincere alla lotteria una volta. Vuol dire saper comunicare bene ciò che si sa fare.

C’è anche un più ampio tema culturale

L’Europa, e va fatto capire, è il nostro destino. Basti pensare al piano di rilancio pensato per rispondere alla crisi causata dal Covid. Si tratta di consentire all’Europa di reggere un livello di indebitamento crescente, di cui l’unica garanzia di tenuta è la moneta comune. Non ci sono alternative “nazionali” in questo, né sistemi fiscali che consentano quel tipo di risorse.

È banalmente un problema di mole complessiva. Nessun Paese, tantomeno l’Italia, può trovare centinaia di miliardi di euro l’anno con una tassa patrimoniale o combattendo l’evasione. È vero che il sistema fiscale italiano va reso equo, ma una volta equo non sarebbe comunque in grado di aumentare il gettito oltre una percentuale che sia rilevante per la crescita della spesa di cui stiamo parlando. L’unica alternativa, generalizzata, è ricorrere al debito, un debito acquisito dalla Banca centrale europea, che esiste fino a che c’è la moneta unica. Se non avessimo l’euro e dovessimo finanziarci con l’economia italiana, ritorneremmo probabilmente a quando gli interessi sul debito pubblico arrivavano al 20%.

C’è poi un tema che riguarda le associazioni che val la pena di sottolineare: è la capacità di pressione politica. Il loro futuro passa dall’Europa, ma questo è un fatto non sufficientemente marcato. Nella narrazione che si fa vedo troppo distinguo. Non vedo consapevolezza e volontà di difendere questo tipo di prospettiva.

Si tratta di un processo culturale che le realtà dovrebbero maturare: riconoscere la reale appartenenza all’Europa e la sua indispensabilità ora come non mai. Ma attenzione: va fatto con coscienza e consapevolezza, per non correre il rischio, molto pericoloso, di percepire e far percepire l’indispensabilità europea come una dipendenza, causata da un’Europa matrigna che ti ricatta. Ma sarebbe come ritenere che il farmaco che ti ha prescritto il medico, anziché essere il tuo salvavita, sia la tua schiavitù. Purtroppo è una forma mentis già vista, in particolare negli anni 30 del secolo scorso.

Photo by Gajus on Canva

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