All’interno del terzo settore italiano si muove silenzioso ma ormai sempre più accelerato un profondo cambiamento. I diversi censimenti ci raccontano come le nostre organizzazioni crescano dimensionalmente con costanza, un segno importante della strutturazione del settore.
Una crescita che ha portato all’interno delle organizzazioni figure professionali formate in maniera coerente rispetto ai bisogni del non profit. Una professionalizzazione del settore che sicuramente ha avuto un impatto positivo nell’efficienza delle organizzazioni, che si dimostrano sempre più a loro agio nella pianificazione e nella gestione di processi complessi, anche di lungo periodo.
Se il processo brevemente illustrato fin qui appare decisamente positivo, almeno nel giudicare i risultati produttivi delle organizzazioni, dobbiamo però essere consapevoli che questo stesso processo ha provocato accesi dibattiti sul mutamento profondo dei valori e degli ideali alla base delle organizzazioni stesse. Le accuse di allontanarsi dai valori fondanti, di invadere campi di azione estranei al percorso della singola organizzazione, con il rischio di snaturarne la storia ma ancor più l’azione, sono temi ben presenti a chi negli ultimi dieci anni si è avvicinato al mondo del terzo settore.
Nel periodo epico dell’attivismo in Italia, iniziato con le lotte degli anni Sessanta, continuato con il movimentismo degli anni Settanta e poi coagulato nelle tante organizzazioni nate a cavallo degli anni Ottanta, si sono formati i fondatori e le classi dirigenti di molte delle organizzazioni attuali. Quelle persone hanno condiviso tra loro uno straordinario periodo storico di lotta e di speranza, sono diventati una comunità di destino. Pur operando in contesti diversi, magari anche lontani ideologicamente, erano (e sono) però accomunati da quella comune esperienza politica e umana.
Una comunità che ha condiviso un comune destino, riuscendo a tradurlo in azione e realizzando molte delle organizzazioni attuali.
Oggi lo scenario è però profondamente cambiato, diventando più complesso e articolato. Sono subentrati nuovi attori, con la ritirata del welfare state e il ruolo crescente dell’Unione Europea. Si sono affacciate nuove emergenze e nuove paure che si sono affiancate alle fragilità e alle marginalità storiche. Si sono rotti storici meccanismi di rappresentanza politica e ideologica, restituendoci una situazione sempre più frammentata e polarizzata.
Insomma, chi ha iniziato a occuparsi di terzo settore negli ultimi dieci anni molto difficilmente potrà appartenere alla stessa comunità di coloro i quali iniziarono la storia delle nostre organizzazioni, storie personali ed esperienze collettive sono quindi molto diverse, ed è qui che si trova la sfida più grande per il futuro del terzo settore.
Dobbiamo essere in grado di costruire una nuova comunità di destino, dobbiamo costruire un nuovo disegno di futuro per cui lottare e lavorare, rinnovando gli strumenti e i linguaggi, creando però un ponte tra generazioni diverse di operatori e professionisti. Eugenia Montagnini nell’editoriale del gennaio scorso ha scritto di leadership allargata: un termine molto importante che dovrebbe essere affiancato da una nuova narrazione collettiva di ciò che è l’organizzazione, intrecciando nuovi percorsi di appartenenza per tutte le persone che gravitano attorno alle diverse realtà, fondatori, dirigenti, manager, professionisti, utenti e volontari. In questo modo sarà possibile tenere assieme la complessità e riconoscersi nuovamente in un comune progetto, diventando così moderna comunità di destino.
La condivisione diventa elemento imprescindibile del processo. Condivisione di esperienze, di linguaggi, di idee ed anche di sogni, tutto ciò diventa la base per costruire una nuova comunità di destino all’interno dell’organizzazione. Un percorso polifonico in cui tutte le voci contribuiscono a definire il nuovo spazio, ma che soprattutto collaborano a definire un fine dell’organizzazione, un comune destino in cui riconoscersi e verso cui tendere. Queste nuove coordinate saranno poi utili per qualsiasi percorso di ripensamento e/o riorganizzazione della struttura e della governance: se mancasse, però, un percorso di condivisione a monte c’è il rischio concreto di creare false illusioni di cambiamento che nel lungo periodo rischiano di deflagrare all’interno dell’organizzazione.
Bisogna avere il coraggio di rompere lo status quo, sbilanciare equilibri consolidati nel tempo; se veramente vogliamo fare la differenza con il nostro lavoro, dobbiamo accettare di cambiare, di metterci in discussione e di prepararci ad affrontare ciò che di nuovo ci offrirà il futuro. E con noi cambieranno le nostre organizzazioni.
Comunità di destino. Condividere per affrontare il cambiamento
Molto chiaro ed efficace.
Grazie.