È notizia del 17 ottobre che, secondo un sondaggio di Eurobarometro, la maggior parte degli Italiani sarebbe a favore di un’uscita dall’Unione Europea. E i temi per i quali gli italiani sono più preoccupati sono l’immigrazione, l’economia e la disoccupazione giovanile.
A tal proposito mi è venuta la curiosità di cercare qualche dato per capire che cosa l’Europa stia facendo per l’Italia e se l’Italia stia beneficiando delle risorse europee.
Noi ci occupiamo di Europa quotidianamente e abbiamo un punto di vista privilegiato: quello dei finanziamenti che la Commissione Europea elargisce verso organizzazioni pubbliche e private dell’Unione e quello della programmazione che racconta le priorità si ha definito e gli obiettivi che vuole realizzare a lungo termine.
Se desideriamo valutare la partecipazione del nostro paese ai bandi europei dobbiamo sfogliare il documento di valutazione in itinere (Spreading Excellence & Widening Participation in Horizon 2020 Analysis of FP participation patterns and research and innovation performance of eligible countries – 2018) di Horizon 2020 – il più grande programma di finanziamento della Commissione Europea sulla ricerca e sull’innovazione – in esso leggiamo che l’Italia – in termini di finanziamenti ricevuti – è scivolata dalla quarta posizione che deteneva durante il settennio precedente, al quinto posto e si posiziona dietro Germania, Regione Unito, Francia e Spagna, ricevendo 1.644 milioni di euro.
Se consideriamo il finanziamento ricevuto per abitante, ogni italiano gode di 27 euro mentre la media europea è di 37 euro. Tra i motivi ostacolanti la partecipazione ai bandi europei vengono riportati: la barriera linguistica e la difficoltà della burocrazia degli enti pubblici, che sappiamo essere vincoli ingombranti anche in Italia.
Pur avendo una buona performance nella ricerca di finanziamenti, il livello di innovazione è al di sotto della media europea: secondo la classifica dell’innovazione l’Italia risulta un innovatore moderato (75% della media europea), al 19esimo posto della classifica sopra la Grecia ma dopo Spagna e Portogallo.
Quello del lavoro era uno degli obiettivi dell’attuale programmazione che voleva l’innalzamento dell’occupazione al 75% della popolazione attiva entro il 2020 e una successiva riduzione del numero di persone disoccupate o inoccupate; i dati al settembre 2018 (Employment and Social Development in Europe – Quarterly Review – September 2018) del programma sul lavoro e l’innovazione sociale parlano di un livello di occupazione a livello europeo del 72,9%, non lontano quindi dalla soglia che l’Unione Europea ha voluto darsi. Nello specifico dell’Italia il livello di occupazione è del 63%, mentre la non occupazione si attesta – nel luglio 2018 – al 10,4% contro l’11,5% dello scorso anno. Una riduzione – seppur ancora con numeri tra i più preoccupanti d’Europa – riguarda anche la disoccupazione giovanile (15-24 anni) che si attesta al 30,8%, quando il picco più alto degli ultimi 6 anni è stato 42%.
Dati quantitativamente migliorati che però non fanno abbassare la guardia rispetto al futuro perché la Commissione ha già ridefinito gli obiettivi per il prossimo settennio, dal 2021 al 2027 mantenendo come prioritario (oltre alla ricerca e alla sostenibilità) il tema dell’occupazione di qualità e dell’inclusione sociale.
Per il prossimo settennio è prevista una novità rispetto al metodo di assegnazione dei fondi di coesione (fra cui anche quelli destinati all’occupazione giovanile) che reputo interessante: la Commissione propone una modifica del metodo di assegnazione, per riflettere l’evoluzione delle disparità durante gli ultimi anni, continuare a indirizzare le risorse sulle regioni che devono recuperare ritardi rispetto al resto dell’UE e garantire un trattamento equo per tutti. Esso si basa ancora prevalentemente sul PIL pro capite ma prevede anche l’aggiunta di nuovi criteri distributivi per tutte le regioni, e mira così a rispecchiare meglio la situazione socioeconomica del territorio; fra i nuovi ed eterogenei criteri si ritrovano: la disoccupazione giovanile, i bassi livelli d’istruzione, i cambiamenti climatici, l’accoglienza e l’integrazione dei migranti.
L’orizzonte di significato rimane dunque quello di un’unione vera di nazioni, che sa rispettare le differenze tra gli stati, che vuole accompagnare quelli che rimangono più indietro e crescere insieme per affrontare le sfide che il futuro ci pone. Questa è anche la cornice nella quale si inserisce il nostro lavoro di accompagnamento nel lavoro di progettazione e di conoscenza della Commissione Europea.
Quelli sopra indicati sono solo alcuni dei dati quantitativi della ricca reportistica che la Commissione Europea pubblica rispetto ai risultati attesi dei diversi programmi di finanziamento. Proprio a partire dai finanziamenti e dalle diverse opportunità che la Commissione Europea offre all’Italia, che credo sia importante domandarsi con serietà e trasparenza – a fronte di un diffuso clima di discredito verso l’Europa – che significato abbia per gli italiani essere europei.