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Dentro e fuori la bolla


Viviamo in bolle di cui non abbiamo contezza: gli altri, le altre, vivono in bolle, noi no.

Sono bolle trasparenti ma mai belle ed effimere come quelle di sapone.

Le nostre sono bolle i cui codici di accesso sono democratici ma pur sempre bolle con codici di accesso (affettivi, normativi, culturali, economici, generazionali…).

Non so se il mondo sia un insieme di bolle ma certamente quella parte di mondo in cui vivo è parcellizzato in bolle di privilegi che non fanno altro che evidenziare un we group rispetto a un out group. Questa dinamica (del dentro e del fuori, del noi e del loro) è ciò di cui facciamo esperienza anche nelle organizzazioni che abitiamo, in Excursus+ e in quelle che attraversiamo nei percorsi di consulenza.

Se penso alla quotidianità è un entrare e un uscire da bolle che hanno aspetti comuni fra loro, sono ridondanti, difficilmente sono totalmente altro l’una dall’altra; la bolla è un luogo protetto e rassicurante e non possiamo negare che spesso abbiamo bisogno di protezione, di confini definiti (le pareti della bolla) per ritrovarci, per progettare, anche per elaborare qualcosa di nuovo. Ci sono situazioni in cui quelle stesse pareti, non porose, diventano asfittiche e ci troviamo in momenti di impasse, quelli in cui l’organizzazione smette di crescere, il lavoro non gira più, i gruppi si arrovellano su se stessi; momenti di vita organizzativa in cui l’innovazione non è generativa, il cambiamento inseguito non accade, noi siamo sempre più bravi degli altri ma poi sono gli altri ad avere la meglio.

Come uscire dalle bolle? Ma ancora prima, come averne contezza?

Il pensiero va immediatamente a esperienze così innovative da essere ancora poco comprese: quelle portate avanti, per esempio, da Franco Basaglia con Franca Ongaro e il loro intorno nell’ambito della psichiatria. Sessant’anni fa, con Basaglia, l’organizzazione manicomiale inizia a espandersi, sperimentando un modo di stare insieme differente e non percependosi più come il we group (il personale sanitario) distinto dall’out group (le persone in cura); è questa ri-organizzazione che permette a chi sta dentro di iniziare a uscire, secondo i ritmi di ciascuno, di ciascuna; e a chi sta fuori di entrare e provare a intuire ciò che avviene dentro.

Le nostre organizzazioni sono spesso frammentate in bolle: la governance e tutto il resto; i/le dipendenti e i/le consulenti; chi produce e chi consuma (clienti, beneficiarie e beneficiari, utenti). Uscire dalla bolla è prendere consapevolezza che considerare gli uni o gli altri (o/o) non ha più ragione di essere: le persone che identifichiamo come clienti, beneficiarie, utenti sono già nell’organizzazione e allora perché non considerarle come tali? Perché non pensare a loro in modo differente e includerle nei gruppi di progettazione, nei tavoli decisionali, nei CdA? Ci occupiamo di bambini, di donne, di disabili, di migranti ma anche di cittadini, di consumatori, di viaggiatori etc. perché non aprire le porte delle nostre organizzazioni e fare in modo che ne siano protagonisti?

Un’immagine efficace della fatica di uscire dalla bolla della nostra organizzazione mi arriva da Eduardo Galeano: patas arriba, che traduciamo con a testa in giù. Proviamo a metterci in un’altra posizione, sapendo che potremmo perdere privilegi e certezze (e qua sta la fatica) e vedere che accade?
Ci provo: la testa ha un peso che prima non avvertivo, sotto il mobile un bastoncino di incenso sfuggito alla sua confezione e all’aspirapolvere, il muso dei miei cani all’altezza del mio naso, parti del corpo che non ricordavo di possedere e pensieri che fluiscono in modo diverso.

Uscire dalla bolla a testa in giù. Per qualche organizzazione vorrà dire allargare il tavolo del CdA alle persone che beneficiano dei propri servizi e prodotti; per qualche altra tornare a parlare con i clienti più distanti; per qualche altra ancora incontrare i propri competitor per imparare da loro. E per tutte sarà un’opportunità di apprendimento.

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Foto Gelatin @Pexels

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