Dentro l’audacia. Un’intervista a Andrea Loreni

Siamo abituate a raccontare l’audacia come un gesto improvviso, eccezionale, quasi eroico. Ma cosa accade se smettiamo di guardarla come un atto isolato e iniziamo a pensarla come una pratica? Come qualcosa che si costruisce nel tempo, che attraversa il corpo, la mente, l’attenzione, la ripetizione?
Ne abbiamo parlato con Andrea Loreni, funambolo e filosofo, per provare a decostruirla, oltre la retorica del coraggio.

Andrea Loreni è filosofo teoretico e unico funambolo italiano specializzato in traversate a grandi altezze. Ha percorso chilometri su un cavo teso nei cieli di numerose città italiane – Torino, Bologna, Roma, Venezia, Firenze, Genova, Brescia, Trieste – e all’estero, in Svizzera, Serbia, Israele, Thailandia e sopra il lago del tempio Sogen-ji in Giappone.


Immaginare il filo
Prima il corpo
Allenare l’audacia
Disimparare
Il vuoto
Traversate


Immaginare il filo

Spesso pensiamo all’audacia come a qualcosa di impulsivo o straordinario. Nella tua esperienza, invece, da cosa è fatta davvero?
L’audacia è salire sul filo o immaginare strade dove non esistono?

La collegherei decisamente di più all’immaginare la strada. Senza questa capacità di visione – di mettere lì una possibilità – non si arriva da nessuna parte.
La prima audacia è quella di essere capaci di osare un’immaginazione, una fantasia. Poi, da lì, si agisce.
Philippe Petit è l’esempio perfetto: le Torri Gemelle erano lì per tutti i funamboli del mondo, ma lui ci ha visto una strada. Ha immaginato un percorso dove non c’era nulla, e poi ha pensato a come realizzarlo.

Quindi la prima declinazione dell’audacia è riuscire a vedere delle possibilità anche dove, apparentemente, ci sono solo impossibilità.
Dopo viene la camminata in sé: anche lì c’è audacia, di tipo diverso. Il primo passo è già un gesto di azzardo, perché ti butti in una strada che hai immaginato e costruito, ma che non conosci davvero. E da lì in poi vedi cosa succede.
Questo azzardo non è affidarsi al caso – non è un terno al lotto, non è una roulette russa, che è puro caso: non c’è possibilità di prepararsi. Al cavo invece puoi prepararti, almeno fino ad un certo punto. Dopodiché entrano in campo mille fattori che non controlli: la tensione del cavo, il vento, come reagirà il pubblico, se un cane abbaierà. L’unica cosa che puoi fare è prepararti all’imponderabile – cioè essere disposto a entrare in contatto con l’inaspettato, ad agire in un contesto che non è leggibile in tutti i suoi aspetti.

Ogni passo rinnova questa disponibilità. Lasci alle spalle tutto il conosciuto, perché quello che ti è richiesto dal prossimo passo lo scoprirai col prossimo passo.
In questo senso, l’audacia diventa quasi tenacia: continui ad andare avanti, cambi forma a ogni passo, non sai bene che forma assumerai dopo. È un azzardo che si ripete, perché ogni volta devi lasciarti trasformare da quello che trovi.

Prima il corpo

Cosa succede nel corpo quando ci si espone? Ci sono stati momenti in cui hai sentito che il corpo “sapeva” qualcosa prima della mente?

Sul cavo, è il corpo che mi porta dall’altra parte – non è la testa. Le reazioni del corpo sono istantanee, molto più veloci di quelle della mente. Quella velocità è esattamente ciò che il cavo richiede: non è la mente che può elaborare la forma nuova, è il corpo che l’assume nell’istante, sotto pressione.

Mi piace molto questa definizione di Hemingway: il coraggio è grazia sotto pressione. Quest’idea della grazia vuol dire rimanere aggraziato – non farti schiacciare dagli elementi, ma rimanere in armonia con le forze in gioco. E questa è una cosa del corpo.
Non puoi importi al vento, alla paura, a questi spazi immensi. Non è capacità di imposizione, è capacità di adattamento. In questo senso, la mente tende a ostacolare: noi occidentali facciamo fatica ad affidarci al corpo. Ma il corpo è il primo elemento nel presente. La testa sta da un’altra parte.

L’allenamento principale, secondo me, è rendere il corpo disponibile: disponibile a quello che succede, a quello che provi, a quello che ti viene chiesto. Se sblocchi il corpo e lo rendi morbido, stai sbloccando anche tutta una serie di questioni traumatiche ed emotive, e ti rendi più disponibile a vivere il presente.
Da una parte c’è un aspetto quasi di sopravvivenza: se vuoi sopravvivere sul cavo, ti affidi al corpo. E questo tipo di situazione critica, ad altissimo rischio, installa quasi fisiologicamente dei meccanismi di riorganizzazione interna.
Sul cavo alleno la mente a togliersi di mezzo. È una pratica: a un certo punto il corpo l’ha integrata così profondamente che non hai più bisogno di pensarci – la stai agendo direttamente, nell’istante.

Quanto conta la concentrazione? E quanto invece la capacità di lasciare andare il controllo?

Sono due cose che sembrano opposte ma che convivono. La concentrazione serve per arrivare fino a un certo punto, tutta la tua preparazione tecnica ti porta lì. Poi a un certo punto accetti che da quel punto in poi non è più controllabile: entra nel campo il caso, o meglio mille fattori su cui non hai nessun tipo di controllo.

Puoi misurare la tensione del cavo, calcolare se serve il bilanciere, quanto pesa. Ma poi non sai come sarà il vento tra un minuto, come reagirà il pubblico, cosa succederà. Prepararsi all’imponderabile non vuol dire sapere cosa succederà: vuol dire essere aperto a stare in quello che arriva.

In Giappone ho studiato con un maestro Zen, e lì ho capito qualcosa di fondamentale: bisogna allenare la mente a togliersi di mezzo. Non è che la mente sia il nemico – non è così, o almeno per me non più. In un primo momento, avvicinandomi all’oriente, tendevo a dire: la mente ostacola. In realtà, integrando le due cose, ho capito che siamo mente e corpo insieme. La separazione è un’astrazione. Il lavoro di fantasia e di immaginazione arrivano dalla mente che vive in un corpo; se questo ultimo è morbido e flessibile e sta insieme alla mente, possono osare l’impossibile. 

Lo stesso principio l’ho ritrovato in un contesto completamente diverso. Ho conosciuto Davide Carrera, un apneista italiano fortissimo, e ho fatto con lui alcune piccole esperienze – mi interessava più la relazione con lui che la disciplina in sé. In uno dei suoi corsi, un gruppo di praticanti molto formati lo tempestava di domande sulla compensazione, uno dei problemi tecnici più complessi dell’apnea. A un certo punto Davide ha tagliato corto: fino a 40 metri, le domande che vi state facendo sono inutili. Ascoltate il corpo: sa come compensare da solo.
Il problema non era la tecnica: era la mente che si frapponeva tra il corpo e l’acqua.

Allenare l’audacia

L’audacia si allena? Se sì, come si costruisce nel tempo una relazione con l’esposizione e con il rischio?

Sì, si allena. Ma non come si allena una tecnica. Si allena come posizione: disponibilità a stare nell’esposizione, a trasformarsi, a scoprire qualcosa di nuovo ogni volta.

Dal punto di vista tecnico, una traversata come quella a Milano ha richiesto nove mesi di preparazione. Ho incontrato la direttrice del festival che mi ha ospitato quasi un anno prima, e da lì è partito tutto il lavoro con la squadra – ingegneri, permessi, prove. Ci sono traversate che richiedono meno, ormai, perché c’è più esperienza e ci sono già dei modelli. Ma ogni cavo è diverso: non sai se sai camminare anche il prossimo. Ti sei preparato al meglio, ma poi ci provi.

E ci si allena da soli o insieme alla propria squadra?

Il lavoro con la squadra è la parte che mi piace di più – sia nella fase preparatoria che in quella esecutiva. C’è molto di scambio, di costruzione collettiva. La parte burocratica, le mail, i contratti – quella pesa di più. Ma senza la squadra non si fa nulla.

Riguardo all’allenarsi da soli: io ho un rapporto particolare con questo. Non ho un istruttore che mi dice cosa fare sul cavo. Al limite alleno la mente a togliersi di mezzo. E da qualche anno sto praticando anche l’esposizione volontaria al freddo – bagni freddi, passeggiate d’inverno in braghette. È una forma diversa di prepararsi all’imponderabile: il corpo che impara a stare in un contesto estremo senza che la mente prenda il sopravvento.

Disimparare

C’è qualcosa che hai dovuto disimparare per poter diventare più audace?

Sì. Ho dovuto disimparare a controllare. O meglio: ho dovuto imparare a riconoscere dove finisce il controllo utile e dove comincia quello che ostacola.

Vengo dalla filosofia teoretica, la mia prima formazione era tutta lì. A un certo punto quella roba non mi bastava, e mi sono avvicinato all’oriente, a un altro tipo di realtà, a un altro tipo di verità. Ho scoperto l’autenticità, e l’autenticità è principalmente nel corpo.
In un primo momento vuoi andare dall’altro lato completamente: la mente è il nemico. In verità non è il nemico, è che ha preso troppo potere, e bisogna destabilizzarlo un po’. Poi integri.

Ho avuto la fortuna di avere un contorno umano che mi ha sostenuto in questo percorso. Mia madre, la mia famiglia. Non ho dovuto combattere contro chi mi diceva che ero pazzo. Chi non capiva, a un certo punto mi ha visto in tv e si è messo l’anima in pace. Questo ha reso l’azzardo relativo.

Un’altra cosa che ho dovuto disimparare è il legame troppo stretto tra identità e prestazione. A un certo punto, dopo due anni in cui ho lavorato meno come funambolo, ho attraversato una crisi forte: chi sono, se non cammino sul cavo? Poi una mia amica mi ha detto: Andrea, ma tu sei funambolo anche se non cammini sul cavo. Non è quello il punto. Ed effettivamente avevo sempre parlato del funambolismo come posizione esistenziale, non come mestiere. L’audacia non è il mio mestiere. Il mio mestiere è fare il funambolo, e il funambolo include l’audacia. Ma l’audacia è più una posizione esistenziale.

Serve un pubblico per essere audaci?

Me lo sono chiesto. Per un certo periodo mi sono chiesto: lo farei ugualmente sull’isola deserta senza pubblico?.Credo di sì, lo farei comunque. Ma attenzione: se lo fai per il pubblico, stai rischiando. È una trappola. C’è l’ego di mezzo. L’origine dell’azione non è corretta.

Il vuoto

Che cos’è il vuoto?

Il vuoto per me è duplice. Da una parte è il pericolo: è lì che posso cadere e perdermi. Dall’altra è la più grande possibilità che ho di rinascita.

Torno alla metafora concreta del cavo: da una forma all’altra, da un passo all’altro, per lasciare indietro quel passo e assumere la forma nuova, passo attraverso il vuoto. Quell’assenza di forma mi permette una forma nuova. Dal vuoto c’è la rinascita. È insieme rischio e possibilità: azzerare tutto per ricominciare. Nel pensiero giapponese, il vuoto è l’origine di tutto.

Mi piace il vuoto, fisicamente. Preferisco spazi enormi. Ho fatto una camminata dentro la Mole Antonelliana di Torino, e l’ambiente era angusto, chiuso, pieno di roba. Non è la mia dimensione. Ho bisogno di spazialità.

Ho letto un libro sullo Zen che si chiama Fiducia nel cuore (Fabieu Martino Torneri, I Pellicani 2024): la parola spazialità è tra le più ricorrenti. Per meditare, per essere gentili con noi stessi, per essere disponibili, bisogna generare spazio nel corpo, nel petto, nel cuore. Uno spazio fisico che poi si tramuta su un altro piano, perché forse i piani non sono così distinti.

Il vuoto inteso come spazialità, come disponibilità a ricevere senza trattenere, è la cosa più interessante che sto esplorando. Non è occupare uno spazio: è aprirlo. Se entri aperto in una stanza, stai portando una disponibilità molto più grande della stanza stessa. In una stanza con venti persone ci possono stare venti vite. E quello spazio lì si confonde, si espande. Salendo sul cavo, in qualche modo, porti questa disponibilità allo scoperto evidenzi il vuoto che prima c’era già, ma che non si notava. Lo attraversi e lo mostri.

Traversate

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Ridracoli Dram Crossing ↗

Guinness world record attempt ↗

The big change. TEDxPotenza 2018 ↗

Breve corso di funambolismo per chi cammina col vento. Sette passi per attraversare la vita
Mondadori, 2020

Zen e funambolismo
Funambolo Edizioni  2019


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Immagine di copertina Nic Scrollstopping @Pexel. Immagini all’interno del testo, dall’alto verso il basso: Kier Insight Archives, Patrick Nizan, Ksenia Chernaya @Unsplash

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