Il cambio di passo. Riflessioni su madri e lavoro

Anche quest’anno torna l’8 marzo e ci piace prenderci uno spazio dedicato ai temi che porta con sé; fra questi (focalizzato ma non esclusivo) quello che concerne le madri e la conciliazione fra vita professionale e vita famigliare.
La mia prospettiva è soprattutto quella delle organizzazioni e parlo dal punto di vista di una donna, madre, imprenditrice di una società creata e abitata quasi esclusivamente da donne.

I dati che in questi giorni compaiono in diversi articoli (fonti INPS e ISTAT) parlano chiaro: in Italia, a differenza di altri paesi europei, le donne che lavorano sono di meno degli uomini che lavorano; la presenza di donne in ruoli dirigenziali sia nel pubblico sia nel privato è inferiore rispetto a quella degli uomini; il divario di stipendio – a parità di mansioni – tra uomini e donne è ancora presente ed è profondo; la presenza di servizi di cura per la prima infanzia è ancora insufficiente tanto che il 30% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la gravidanza.

Penso che sia giunta l’ora di prendere seriamente in considerazione il tema del lavoro delle madri superando gli stereotipi e le banalità che spesso leghiamo alla questione femminile; credo che – pur consapevoli che sono necessari cambiamenti a livello più alto in termini di politiche salariali e di occupazione e sul piano delle politiche di welfare – sia necessario un cambio di passo, anzi due: dal punto di vista personale e famigliare, e dal punto di vista organizzativo.

Nel recente articolo Il tempo dei padri, comparso qualche settimana fa su Repubblica, Alessandro Rosina, il più importante demografo italiano, parla della necessità di nuovi modelli culturali: è necessario che gli uomini si sentano più chiamati a condividere il compito della cura della famiglia, proprio in un’ottica di condivisione della responsabilità e si sentano invece alleggeriti da quello che è il modello del padre che deve occuparsi soltanto del mantenimento economico della famiglia che ancora è presente nel pensiero anche dei giovani.

Si legge nell’articolo: …i dati evidenziano come per le giovani donne italiane sia fortemente sentito il tema della conciliazione tra carriera e figli, per la carenza di servizi per l’infanzia ma anche per la scarsa collaborazione dei padri. La preoccupazione principale è quella di mantenere il lavoro e le laureate sono quelle che maggiormente riescono a gestire i due ruoli. Sul fronte maschile, sono soprattutto coloro che hanno un titolo di studio basso a intensificare l’attività lavorativa quando arrivo un figlio, per far fronte alle maggiori spese…

È necessario – aggiungo io – che le donne si sentano autorizzate a smettere di pensare che possono fare tutto da sole e considerino invece l’importanza delle relazioni nell’educazione e nella cura dei figli: in primis il ruolo fondamentale che può avere il padre, che spesso viene considerato un sostituto quando la madre non c’è, ma con cui invece è necessario condividere il lavoro di cura, il tempo da dedicare ai bambini e l’incombenza delle decisioni da prendere quotidianamente; le relazioni famigliari, i servizi e la comunità più allargata che –nel momento in cui si amplia lo sguardo al di fuori della famiglia nucleare -possono creare una rete sociale di sostegno al lavoro di accudimento.

Dal punto di vista delle organizzazioni in questi ultimi anni alcune società hanno consolidato o stanno sperimentando forme di welfare (anche se solo in alcune aree del paese): da incentivi legati a servizi di salute o di assistenza, ad accordi con enti del terzo settore per l’accesso privilegiato ai servizi per l’infanzia, alla possibilità di uno spazio per bambini all’interno dei luoghi di lavoro.

E ancora: è possibile, all’interno di un gruppo di lavoro, ripensare ai tempi, agli spazi e agli strumenti di lavoro a partire non dalla necessità di un controllo costante (che in tanti modelli di organizzazioni è ancora strettamente collegato al tema della produttività), ma dalla centralità delle persone mettendole nelle condizioni di assumersi responsabilità e ad esprimere le proprie competenze.

Attenzioni che possono essere efficaci per riconoscere i diritti delle famiglie e che sono strumenti che rendono il nostro paese non solo più moderno ma anche più ricco.

Lascia un commento