Il digitale è un modo di guardare il mondo

Digital transformation

Introduzione
Ambito 1 – Digital transformation
Ambito 2 – Human centered design
Ambito 3 – Data driven organisation
Ambito 4 – Marketing, comunicazione e fundraising
Riflettiamo insieme


Silvia Bona è parte dell’équipe di Excursus +, con cui collabora ai processi di consulenza organizzativa, occupandosi della mappatura as-is e della progettazione del modello di business di imprese e professionisti.  Ha una formazione filosofica in cui si conciliano approccio scientifico ed umanistico. Tra le sue competenze il design thinking, il pensiero sistemico e della complessità, il paradigma e alcune metodologie Agile, la passione per le mappe e in generale per il visual thinking, il metodo del self- empowerment con la sua idea di possibilitazione, e la filosofia del digitale.



Dall’11 marzo è aperto il bando Evoluzioni. Transizione digitale nell’economia sociale di Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo che riteniamo essere un’opportunità importante per le Organizzazioni dell’economia sociale – ma in generale, uno stimolo per tutte le organizzazioni che si stanno interrogando sulle direzioni evolutive da seguire – a patto però che si approcci il digitale con uno sguardo da tecnologi – ovvero interrogandosi sul significato e l’impatto delle tecnologie – e non (solo) da tecnici.
Trasformazione digitale non significa (solo) digitalizzazione: il digitale è una cultura, un modo di guardare al mondo e alla postura dell’uomo in esso. La tecnologia, infatti, non è mai neutra: nella sua natura intermediario con la realtà –“la tecnologia è un essere tra” ricorda Luciano Floridi– determina come la costruiamo e come ci trasformiamo –a diversi livelli del nostro essere– nell’interazione con essa.

Le tecnologie digitali non sono dunque solo strumenti di automazione, efficienza, controllo, collaborazione, possibilità di dilatare il tempo e lo spazio, ma costruttrici di relazioni (e come tali stimoli a pensare in modo complesso, ma di questo magari scriviamo un’altra volta): ci costringono a guardare il mondo –e dunque in primis le nostre organizzazioni– come fatto di sistemi: elementi, granuli interconnessi secondo regole di cui siamo responsabili (perché i sistemi di regole, gli algoritmi, hanno un intenzionalità derivata, cioè sono ciechi rispetto al loro fine, ma anche di questo, se può interessare, scriviamo un’altra volta).
Questa sovrapposizione tra trasformazione digitale, intesa come cambiamento culturale che ha come oggetto il senso di ciò che si fa, e digitalizzazione, intesa come utilizzo di tecnologie dentro ai processi organizzativi che ha come oggetto il modo di fare ciò che si fa, è un pericolo sempre in agguato quando si progetta una transizione come quella supportata da Evoluzioni.

Ho ritenuto utile provare a suggerire qualche lettura per ciascuno dei quattro ambiti proposti dal bando per supportarvi nel costruire progetti che non partano dalle tecnologie –per le quali ci sono i tecnici–, ma dal loro significato e dal loro impatto.


Ambito 1 – “Digital transformation, per l’implementazione di soluzioni digitali che favoriscano una gestione più efficiente dei processi organizzativi interni” (Bando Evoluzioni)

Per implementare una soluzione, è fondamentale conoscerne il contesto, il senso, gli effetti. Per prima cosa, dunque, vorrei suggerirvi tre libri che possono aiutare a riempire di maggiore contenuto il concetto di “trasformazione digitale” e a costruire una mappa dei concetti a esso collegati.

Il primo, è un classico: Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina. È utile per farsi un’idea e per collezionare parole chiave che possono poi diventare oggetto di approfondimenti (per citarne solo alcuni già parte del senso comune, ma non sempre utilizzate a proposito: iperstoria, infosfera, informazione, onlife, informazione, dati, infraetica, intelligenza artificiale, sistema multiagente, cyborg). Floridi muove dalla tesi che le ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) non sono meri strumenti, ma forze ambientali, antropologiche, sociali e interpretative che stanno producendo degli effetti dirompenti sul nostro senso del sé, sul modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri e diamo forma al mondo.

Per orientarsi, invece, nell’intrico di concetti che spesso ci sembrano confluire uno nell’altro o tra i quali non comprendiamo bene le connessioni, può essere utile leggere Stefano Epifani, Sostenibilità Digitale. Perché la sostenibilità non può fare a meno della trasformazione digitale, Digital Transformation Institute, 2020. Le voci di Valerio, Anna, Alfio, Domenico e Carla, archetipi di persone coinvolte nella trasformazione del loro lavoro, introducono con le loro storie che rivelano spaccati di futuri possibili i diversi capitoli di un testo sintetico fino quasi alla schematicità, ma rigoroso e chiaro: prima di parlare del nesso tra sostenibilità e digitale che ne costituisce il cuore, cerca di fare chiarezza sui concetti che costituiscono il campo di forze della rivoluzione in atto, offrendo distinzioni e connessioni spesso mancanti nelle riflessioni delle e sulle organizzazioni, raccontando la storia di questa quarta rivoluzione in cui siamo immersi, illustrando le principali tecnologie che ne sono protagoniste, evidenziando le sfide che ci pone. Aiuta in questo modo il lettore a costruirsi una cornice dentro cui collocare la relazione tra trasformazione digitale e Agenda2030 e lo prepara a ripercorrere le principali domande che la rivoluzione digitale suscita.

Per chi infine ha chiari i concetti chiave ma si sta interrogando sui processi in atto con un interesse già più orientato agli aspetti economici e manageriali della quarta rivoluzione, può trovare una lettura interessante Alberto Felice De Toni, Enzo Rullani Uomini 4.0: ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità, Franco Angeli 219 (disponibile in Creative commons qui) che ci introduce alle caratteristiche e agli impatti del Quaternario avanzato: non un nuovo settore nascente, come il nome potrebbe fare immaginare, ma un processo trasformativo che sta configurando i settori già esistenti, insieme all’Industria 4.0 e alla platform economy.
La cifra del Quaternario è la complessità: quella che le organizzazioni si trovano ad affrontare per i cambiamenti strutturali e non reversibili dell’ambiente in cui operano e quella che possono generare e gestire al loro interno, proprio grazie al digitale, per trovare il modo di sopravvivere e prosperare in questo nuovo contesto. Un condensato di economia della conoscenza un po’ tecnico (soprattutto nella seconda parte dedicata ai casi aziendali e alla metodologia di studio), ma fruibile: se si supera la fatica di un linguaggio che risente dal background accademico degli autori, è ricco di stimoli per riflettere su nodi chiave: il rapporto tra efficienza e creatività, l’importanza e il significato delle filiere, il pericolo dei modelli di business liquidi, il (nuovo) ruolo del management e soprattutto il significato del cambiamento e dell’innovazione che da eventi sono diventati processi e come tali devono essere ripensati.



“Ambito 2. Human-centered design, per l’adozione di strumenti digitali volti a integrare i modelli di servizio e ad aumentare le ricadute sui destinatari finali”

Qui il concetto principale a cui prestare attenzione è l’infraetica (concetto illustrato nel testo di Luciano Floridi citato sopra): ogni contesto fisico o digitale che si progetta orienta il comportamento di chi lo abita e ne fruisce, esercitando -con la consapevolezza o meno del progettista- una “spinta gentile”. E proprio la spinta gentile, è oggetto di un testo già vecchiotto e conosciuto, ma che forse è venuto il momento di rispolverare: Richard H. Thaler, Cass R. Sunstein, Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, 2018. Se lo avete già letto, riprendetelo: anche solo per essere consapevoli e annotare le domande da porvi, come progettisti, o da porre, come owner di un servizio, per comprendere come la trasformazione che state apportando in esso influenzerà le scelte e le azioni dei vostri beneficiari e per valutare se è dunque coerente con il valore che volete generare. Insomma, un libro da tenere come monito: la tecnologia non è neutra. Ma vorrei porre l’attenzione anche su un altro aspetto: progettare un servizio o in generale un processo mettendo al centro la persona significa anzitutto considerare chi quel processo lo agisce, non solo come beneficiario, ma anche come attore. Vorrei perciò proporre due libri che aiutino a riflettere sugli impatti della digitalizzazione sul lavoro delle persone nelle organizzazioni.

Il primo è Richard Baldwin, Rivoluzione Globotica. Globalizzazione, robotica e futuro del lavoro, Il mulino, 2020, che propone da un lato una disamina sulla nuova grande trasformazione, sulle sue caratteristiche, i suoi attori, i suoi impatti -con un rigore da professore della Graduate School di Ginevra, ma con lo stile del divulgatore che rende il testo scorrevole e accattivante- e dall’altro, a partire dalla constatazione che i robot, anzi, i globot colletti bianchi sono già operativi nelle nostre organizzazioni, riflette sulle trasformazioni in atto e sugli scenari evolutivi. È un testo ricco di dati e di riferimenti a studi ed esperimenti, che l’autore utilizza per rispondere a domande molto concrete su come il lavoro si sta trasformando -senza venire fagocitato dalle macchine, come sostengono i teorici della fine del lavoro- e su quali nuove sfide dovranno confrontarsi persone e organizzazioni. Spoiler: ovviamente tutti dovranno sapere usare le macchine (e non programmarle o progettarle, come a volte si crede), ma soprattutto le persone dovranno coltivare i talenti tipicamente umani, quelli che le macchine -che non sono intelligenze, ma agenti- non sapranno mai riprodurre, ovvero l’intelligenza sociale e l’ingegnosità.

Anche il secondo testo riguarda il rapporto tra digitale e lavoro. Antonio Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo, Feltrinelli, 2020: sfata il mito della fine del lavoro e denuncia gli effetti della sua trasformazione, su quei gruppi di lavoratori che rappresentano i sommersi della rivoluzione in corso. Protagonisti principali del libro (oltre a noi prosumer) sono infatti i lavoratori della gig economy: gli invisibili, che operano dentro processi parcellizzati in micro attività, necessari all’azione delle macchine che solo illusoriamente sono autonome. Ma ve lo suggerisco per riflettere sulla progettazione dei processi: oltre al vantaggio per l’utente, è utile porsi domande sulla qualità del lavoro di chi quel processo deve farlo funzionare. Casilli ci invita a guardare con attenzione al lato umano dei processi digitalizzati, a conoscere come funzionano le macchine perché siano partner e non padroni del lavoro delle persone.



“Ambito 3. Data-driven organisation, per sostenere la filiera del dato dalla sua creazione all’interoperabilità delle banche dati, promuovendo una maggiore consapevolezza decisionale e strategica nelle organizzazioni”

I dati trasformano (o almeno rappresentano) la realtà in una grana fine: siamo di fronte non più a un mondo continuo, lineare e prevedibile, ma a elementi da raccogliere, scegliere, connettere e assemblare secondo un senso che non è più dato a priori. Sono finestre sul mondo, che ne rivelano le pieghe, ma anche la fluidità e l’indeterminatezza.

Assumere lo sguardo dei dati, significa cambiare il modo in cui pensiamo che le cose accadono: un approccio data-driven porta con sé un mondo diverso di conoscere la realtà. Ecco perché consiglio di partire da lontano, da un libro che apparentemente non parla di dati, ma di significati: David Weinberger, Caos quotidiano. Un nuovo mondo di possibilità, Codice Edizioni, 2019. Non lasciatevi spaventare dal fatto che Weinberger sia un filosofo di internet: è anche un divulgatore eccellente e il suo libro è insieme rigoroso, chiaro, e scorrevole. Ci trovate come la spinta della tecnologia sia ridefinendo e facendo evolvere le idee di spiegazione (le cose accadono realmente secondo leggi?), di causalità, di predizione, di progresso, si strategia, di creatività. Una mappa orientativa estremamente utile quando si guarda la realtà attraverso la finestra dei dati. E ci troverete anche tutta la portata di quel concetto che il bando cita: “interoperabilità” che rappresenta una delle forze del digitale, la condizione di possibilità di connettere il mondo, ma anche di esercitare la creatività e l’ingegnosità collettiva. Un testo teorico, è vero, ma come ricordava qualcuno, “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”.

Se invece desiderate una risposta (filosofica, in questo caso si) alla domanda “che cos’è il dato?” certamente potrete trovare una lettura interessante Maurizio Ferraris, Documanità. Filosofia del mondo nuovo, Laterza, 2021: qui il dato si chiama “registrazione” ed è una traccia della vita che attraverso di esso entra nel ciclo del valore. Un testo certamente per un pubblico avvezzo alla filosofia, ricco di stimoli e riferimenti che offre uno sguardo sulla rivoluzione attuale mettendo appunto i dati e non l’informazione (che da esso deriva) a fondamento della trasformazione in corso e pone in modo critico l’attenzione su come essi, nuovo oro, siano in realtà il frutto di un lavoro implicito che ciascuno di noi compie generando valore economico senza un adeguato ritorno (ritorna il tema già sfiorato sopra, a proposito del libro di Casilli). Anche in questo caso, una sfida: come fare in modo che l’utilizzo dei dati garantisca un equilibrio tra “taking and making”, tra estrazione e generazione di valore? Ferraris propone una soluzione, ma credo che la pregnanza del libro stia invece nella domanda, che interpella ogni approccio data-driven nelle organizzazioni.

Gli altri libri che possono essere utili per introdursi a un approccio data-driven, hanno tutt’altro stile: sono fatti più che di parole, di disegni. Il primo riguarda la raccolta e la rappresentazione di dati e racconta visivamente racconta visivamente (con tavole che sono esposte anche al MOMA di New York) la storia della corrispondenza tra le designer Giorgia Lupi e Stefanie Posavec. Il titolo è Dear Data e qui trovate il racconto del progetto. Le due autrici che vivono una a Londra e l’altra a New York per un anno si sono scambiate delle cartoline per raccontarsi la loro vita, utilizzando solo rappresentazioni visive (artisticamente straordinarie) di dati: ogni settimana hanno scelto un tema, hanno selezionato, osservato, collezionato, tracciato e raccontato con matita e colori i dati per descriverlo, e hanno imparato a conoscersi reciprocamente senza aggiungere una parola ai loro grafici e disegni, fino a diventare amiche. È un esperimento di data humanism, un movimento che fa capo proprio a Giorgia Lupi che invita a guardare ai dati come leve per un nuovo umanesimo (qui, se vi interessa, trovate il manifesto e qui un TED di Giorgia). E se il libro vi strega come è accaduto a me, le autrici offrono anche una guida per provare a prendere confidenza con i dati attraverso la personal documentation: Giorgia Lupi, Stefanie Posavec, Osserva, raccogli, disegna. Un diario visivo, Corraini Edizioni, 2017 per sperimentare sul campo che cosa significa trasformare la vita in dati e apprendere che per imparare a progettare bisogna anzitutto imparare a vedere, raccogliere, rappresentare e cercare strutture ricorrenti. Perché i dati non sono solo numeri, ma briciole di vita.

D’accordo, direte, ma qui i dati sono tracciati e analizzati con tecnologie analogiche: cosa succede se li lasciamo manipolare dalle macchine? Così si apre l’affascinante tema dell’AI, l’intelligenza artificiale, fatta di macchine che apprendono in modo autonomo e di algoritmi che forniscono soluzioni che sfuggono al controllo umano. L’invito qui è a evitare di schierarsi tra gli apocalittici e gli integrati, tra coloro che vedono l’AI come minaccia all’umanità e coloro che al contrario le pensano come la possibilità di superare i limiti della finitezza della nostra natura. La letteratura su questi temi è già vasta e continua ad arricchirsi, ma vi voglio suggerire un libro molto particolare, realizzato da un’impresa modenese, Ammagamma, nel suo centro di ricerca sull’intelligenza artificiale nel quale lavorano insieme informatici e filosofi: il Bestiario di Intelligenza artificiale, Panini, 2022. La rivoluzione dell’AI si manifesta in uno zoo di creature ibride e multicolori, capaci di rappresentare in un’immagine i vari aspetti delle intelligenze artificiali, i loro potenziali, i loro limiti, i loro rischi, mostrando nella forma oltre che nel contenuto l’inevitabile distinzione e possibile alleanza tra tecnologia e vita. Rappresentare le macchine come bestie dell’immaginazione ci aiuta a conoscerle e a sentirle anche affettivamente più vicine e a pensarle come partner per costruire mondi generativi.



“Ambito 4. Marketing, comunicazione e fundraising, per favorire l’adozione di una strategia e di pratiche digitali, sviluppare nuove forme di relazione con le comunità di riferimento e mobilitare maggiori risorse.”

Su questo ambito, mi allontano un po’ dalla mia area di competenza e di azione e confesso che sono meno preparata. Lascio perciò volentieri la parola a Mafe De Baggis e in particolare al suo Luminol, Hoepli, 2018 (anche lei è interessante da seguire per ricevere stimoli continui sui temi della comunicazione digitale) che anche in questo caso, consiglio di riprendere il testo come un monito: il digitale non è un mondo altro, ma l’ambiente in cui viviamo. I nostri progetti, come noi del resto, vivono onlife -vi ricordate una delle parole di Luciano floridi che citavo sopra?- in una realtà dilatata spazio-temporalmente, che intreccia fisico e virtuale in un tutto che non è però dato a priori, ma che possiamo e dobbiamo organizzare secondo un senso, connettendo i diversi spazi che lo costituiscono ed elementi che lo popolano in una narrazione coerente.
Dobbiamo imparare a raccontare storie per costruire mondi abitabili, senza dimenticare che le storie sono anch’esse infraetiche. Mi sento allora di consigliare ancora una volta di partire da lontano e per riflettere sul pensiero narrativo e sul suo ruolo di dare forma al mondo -perché la complessità non si analizza, si può solo raccontare- di rileggere anche Italo Calvino: mai come oggi serve uno sguardo leggero capace di cogliere e rappresentare “senza pesi sul cuore” la complessità in cui siamo immersi per abitarla e farla abitare ai nostri beneficiari.



Spero che questi suggerimenti di lettura possano esservi utili per avvicinarvi al digitale guardando oltre gli aspetti puramente tecnici e percependone -anche emotivamente- e le potenzialità generative e di senso. Ovviamente, sono solo poche suggestioni: la letteratura, ma anche le risorse digitali (magazine, profili interessanti da seguire, podcast) sono abbondanti. Perciò, nel caso aveste interesse ad approfondire qualche aspetto specifico vi invitiamo a segnalarcelo: per quanto rientra nel nostro campo di conoscenze, condivideremo volentieri ulteriori spunti. Ci piacerebbe che questo bando innescasse una riflessione e uno scambio su questi temi. E nel nostro piccolo, ci piacerebbe rifletterci insieme a chi avrà desiderio di farlo.

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