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In corpore sano

La porosità è un concetto interessante che prendiamo a prestito da Walter Benjamin: ben si adatta, non solo alla città di Napoli, che l’intellettuale tedesco attraversò in lungo e in largo poco meno di un secolo fa, ma anche a molte nostre organizzazioni che assorbono e rilasciano ciò che vivono le persone al loro interno ma anche ciò che esperiscono oltre i tempi del lavoro.

Tra le tante esperienze di porosità, dove ciò che viviamo all’esterno dell’ambiente di lavoro viene poi portato da noi stessi al suo interno e dall’interno nuovamente verso l’esterno, c’è la malattia, esperienza talora rimossa, taciuta, negata, ma pure condivisa, narrata, affrontata.

In questi ultimi due anni, specialmente in alcuni territori, la malattia ha attraversato parecchi luoghi di lavoro in modo impattante e collettivo; generalmente, però, prima di allora e tuttora, si manifesta come esperienza di una singola persona, che solo in contesti solidali diventa esperienza di molti, di un gruppo, di un reparto, di un’intera impresa.

La salute non può essere, infatti, semplicemente intesa come una questione privata: è un elemento comunitario e come tale va trattato. Abbiamo -a spese di tutti- imparato a capire molte cose: che ciascuno deve fare la propria parte con una visione complessiva di sanità pubblica, che in campo medico si devono fare scelte, anche dolorose, e si procede per interrogativi e progressi, che la salute è anche una fondamentale questione di uguaglianza.

Se intendiamo l’equità nella salute come “l’assenza di differenze ingiuste ed evitabili nella salute tra sottogruppi di una popolazione” (stando alla definizione dell’Organizzazione mondiale della Sanità) allora diventa fondamentale monitorare -e intervenire- in tutti gli ambiti in cui questioni sanitarie risultano discriminanti.

Nel 2009 Richard Wilkinson e Kate Pickett (entrambi docenti e ricercatori universitari inglesi) a tal proposito pubblicarono un libro destinato a cambiare per sempre il dibattito. Si chiama La misura dell’anima e, come risultato di almeno tre decenni di raccolta dati e ricerche. È la disuguaglianza -spiegano- la madre di tutti i malesseri sociali. Siamo infatti abituati a pensare che la crescita economica abbia l’effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta. Ma oggi non è più così, perché i malesseri generati dalla disuguaglianza coinvolgono tutti: non solo i ceti più svantaggiati, ma anche quanti si collocano al vertice della scala sociale.

Ci sono luoghi o contesti dove la tutela della salute vale per alcuni, ma non per tutti. Luoghi e contesti dove la salute unisce i lavoratori, e dove li divide, quasi contrappone. Luoghi e contesti dove salute e lavoro sono addirittura in contrasto, ricattatorio. Luoghi e contesti dove invece la salute del singolo viene presa in carico dal gruppo, per il bene di tutti.

Ci sono, inoltre, luoghi di lavoro dove è difficile distinguere fra la malattia di una persona e la patologia dell’organizzazione ed è complesso intendere chi sia patogeno per chi. Entriamo così in una dimensione nella quale il benessere organizzativo è solo retorica e il lavoro perde il suo significato di crescita, di apprendimento, di relazione costruttiva.

Sono queste situazioni in cui il dolore vissuto, ma spesso non riconosciuto, interroga anche noi consulenti che, mettendoci al fianco di chi accompagniamo, abbiamo il compito di definirne i confini, di arginarlo, di attribuirgli un nome o perlomeno nominarlo.

A volte già il nominare è un atto di disvelamento, un primo passo verso la guarigione.

Photo by Hans Vivek on Unsplash

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