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La somma delle parti


Lavorando in Excursus+ ho scoperto la pratica di trovarsi in équipe una volta settimana. Tutti i mercoledì, per una mattinata, ci aggiorniamo rispetto alle attività in corso e dedichiamo del tempo a quei temi che riguardano il lavoro di tutti e tutte coloro che lavorano operativamente e quotidianamente in questa organizzazione. Possono essere temi pratici, oppure attività di formazione in cui altri professionisti – che spesso fanno parte della cosiddetta équipe allargata e che hanno competenze specifiche, diverse o complementari rispetto alle nostre – affrontano argomenti più verticali, sempre in un’ottica di scambio.

Non è la tipica riunione settimanale in cui vengono definite le priorità lavorative e i prossimi passi da fare, ma un vero e proprio spazio di confronto e di aggiornamento, di crescita. Qui possiamo mescolare le nostre competenze, trovare nuove idee, portare alla luce criticità e cercare risposte condivise. Possiamo anche proporre nuovi temi, condividere le informazioni, scambiarci riflessioni e spunti. Vi sono dellele priorità, dettate dall’urgenza dei temi trattati piuttosto che dalla carica professionale di che ne fa parte. L’équipe non esiste solo in quella mattinata, in una manciata di ore, ma è l’approccio che viene riportato nel nostro lavoro, con i nostri clienti e nel nostro modo di operare.

Questo è lo spazio in cui un Tutto supera la somma delle parti. Le parti siamo noi, le persone che lavorano in Excursus+, ma anche i clienti, gli argomenti che riportiamo, le competenze di ciascuna e ciascuno. Sono parti che dialogano all’interno di un sistema aperto, in cui la struttura gerarchica viene smussata: i ruoli e i compiti sono definiti, ma mai definitivi.

E adesso veniamo alle sfide che questo approccio porta con sé. In primo luogo, il tempo: lavorare in équipe richiede un impegno in termine di ore, di organizzazione del lavoro, di disponibilità di ascolto. Si tratta di un impegno che non può essere dato per scontato nelle organizzazioni.
L’équipe riesce a contenere, ma rende più complesso il rapporto tra singoli: si deve essere aperti rispetto all’idea che a volte solo alcune delle parti chiamate in causa rappresentino un Tutto diverso. E poi le parti, tutte le parti, hanno bisogno di ossigeno e di trovare un loro spazio altro; vanno nutrite tenendo conto di un delicato equilibrio per cui ciascuna di esse ha bisogni ed esigenze diversi. C’è anche un tema di responsabilità: non può essere scaricata sul Tutto, ma qui può poggiarsi. Ciascuna parte deve tenere le proprie responsabilità ben salde sulle spalle, con consapevolezza, anzi, ribadendo la propria consapevolezza.

In questo scambio dinamico le parti vengono inserite in un collettivo, all’interno di un processo di tensione ben noto nella filosofia dell’identità collettiva. Hegel, nel suo discorso sulla fenomenologia dello spirito, suggerisce che la libertà individuale trovi la sua realizzazione più completa solo all’interno del contesto di relazioni sociali regolate. In un certo senso, all’interno di ogni organizzazione – che si lavori in équipe oppure no – si dovrebbe promuovere l’indipendenza e l’iniziativa personale, mentre si naviga il delicato percorso che porta alla costruzione di un obiettivo condiviso.

Ma come gestiamo il dissenso? Come assicuriamo che ogni voce sia ascoltata senza che il processo decisionale diventi eccessivamente oneroso? Come possiamo lasciare che il Tutto contenga in sé tutte le parti senza sopraffarle?

Se il Tutto è flessibile, aperto, collegato al contesto e alle parti che tangono e intercettano il lavoro della propria organizzazione, la complessità aumenta. Ma è proprio in questa complessità che costruire (cum/con struere/strutturare) diventa possibile, utile e spesso anche profittevole.

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Foto Paduret @Unsplash

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