Lungo il confine tra disciplina e creatività

<<La cosa bella del talento è che è distribuito in maniera del tutto casuale, non lo compri e non lo impari>>, sostiene la scrittrice Fran Lebowitz.

I talenti sono il presupposto di quella che in queste righe vorremmo considerare un’espressione polirematica, non scomponibile: disciplina e creatività.

Prima della disciplina ci sono i talenti ed è attraverso di essa che li affiniamo, li moltiplichiamo; così come prima di ogni forma di creatività c’è il talento ed è l’azione creativa che lo rende visibile e godibile a chi quel talento lo possiede e a tutti noi che non lo possediamo.

Se non c’è talento la disciplina è esercizio effimero, non generativo. E la creatività stenta a prendere forma. D’altro canto possiamo anche affermare che il talento di per sé non è garanzia di generatività ma è solo forgiandosi con disciplina che diventa virtuosismo.

Non basta, infatti, saper suonare il pianoforte per essere definiti, come Michel Petrucciani, dei talentuosi del jazz. Sappiamo che la potenza delle sue improvvisazioni altro non era che un atto di disciplina e creatività, a fronte di un indiscutibile talento.

Ritornando alla Lebowitz, i talenti non li comperi e non li impari; in un gruppo di lavoro però è possibile, con disciplina e creatività, dosarli e mischiarli, farli emergere e dialogare.  

Anche perché poi c’è la quotidianità, che è fatta di un continuo equilibrio tra obiettivi da raggiungere, regole da rispettare, soddisfazione per il lavoro -singolo e collettivo-, rigeneranti momenti di “fuga”.

Nella continua ricerca di omeostasi, facciamo i conti con gli ossimori, anelando una flessibile rigidità e una creatività pianificata. Ma come insegnava già Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere, è negli ossimori -e a volte nei paradossi- che scopriamo il meglio di noi stessi. O anche solo noi stessi.

Tradotto significa affidarsi a regole e procedure, senza farne un fine o farsi sopraffare. E dall’altra parte, allenarsi -e per questo ci vuole disciplina e costanza, come in tutti gli allenamenti- nella nobile arte dell’astrazione, dell’improvvisazione, del pensiero laterale.

L’Istituto Italiano di Tecnologia è un polo di avanguardia nella ricerca scientifica mondiale. È popolato da ingegneri, fisici, biologi da 60 Paesi diversi. Progettano robot futuristici, materiali fantascientifici. Maneggiano formule, numeri, algoritmi. Ma quando chiedi loro qual è il motore di ciò che fanno, la risposta per lo più è “l’immaginazione”. In quel mondo quadrato fatto di causalità precise, la capacità di osservare il mondo e farsi ispirare dalla natura e dalle persone diventa semplicemente necessario.

Laddove i talenti ci sono e vengono riconosciuti, accuditi e accresciuti, il ritmo di lavoro -del singolo e del gruppo- è regolare: niente strappi, niente interruzioni ma un costante espirare e inspirare, divergere per poi convergere, come avviene nei differenti team dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

È la regolarità del ritmo che favorisce l’osservazione del mondo per lasciarsi ispirare da esso, per sviluppare quel pensiero che definiamo laterale e che permette di fare sintesi di informazioni, passioni, interessi che apparentemente non incrociano ciò di cui ci occupiamo ma che sono chiave di volta ogni qualvolta ci troviamo di fronte a una situazione complessa; quel pensiero che ci permette di incrociare più prospettive di veduta e di guardare ai processi del nostro lavoro in modo ingegnoso e non routinario. 

La mancanza del ritmo crea affanno o, per inverso, torpore: saltano gli obiettivi, salta l’equilibrio disciplina-creatività, salta lo stesso gruppo di lavoro o si riduce a replicare i processi senza avanzare.

Il parallelo ritmico-musicale può continuare anche così: ogni melodia è sì fatta di note, ma ogni nota da sola non dice nulla. La melodia scaturisce infatti dalla relazione tra una nota e l’altra, tra la distanza/vicinanza, tra un prima e un dopo. E come in certe discipline della fisica, non c’è continuità ma salto, scarto, discontinuità. Insomma una melodia è fatta anche delle pause -dei silenzi!- tra una nota e l’altra.

Coniugare creatività e disciplina vuol dire dunque rincorrere le note e saper valorizzare le pause, dando loro il giusto significato. Ovvero valorizzare le relazioni tra i soggetti, il tempo e noi stessi.
È un esercizio -e come tale va trattato- quotidiano da applicarsi con costanza e a tutti i livelli, dai più sfidanti impegni strategici alla semplice scrittura di un testo di 4500 battute.

Photo by Ivan Bandura on Unsplash

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