“Non si progettano prodotti, servizi, o percorsi formativi, ma effetti”. È un’affermazione di Luigi Ferrara, docente all’Università di Toronto, dove si occupa di design sociale e delle relazioni. Che cosa vuol dire dunque “progettare”? Il progetto è vicino all’idea dell’agire, come lo intenderebbe forse Hannah Arendt: innescare qualcosa, senza la quale un effetto non sarebbe mai potuto essere. È all’effetto che dobbiamo guardare, non al prodotto. Il resto -l’oggetto che risulta da un progetto, il percorso formativo che abbiamo seguito- in realtà sono solo strumentali all’effetto.
Come strumentale è l’errore. L’errore si commette nell’andare. So dove voglio arrivare -so l’effetto che voglio produrre-, quindi mi muovo, interpello la realtà per capire se sto andando verso quell’effetto. La realtà mi dà dei feedback: se sono negativi, posso cambiare la direzione, e puntare nella giusta direzione. Siamo abituati a voler espungere l’errore dal processo, perché lo vediamo come un’interruzione. Ma è in realtà occasione per vedere altro, capire se la direzione che ho intrapreso è giusta.
Per questo il progetto non è un piano e progettare non è pianificare. Un piano è fatto dalla definizione di un obiettivo e di tappe predeterminate per raggiungerlo. Il piano è lineare: so che cosa succederà alla fine e quali sono i passaggi. Se non ci sono interferenze sviluppo il piano e arrivo nei tempi e con le risorse stabilite a fare quello che avevo deciso. Lineare, quindi, ma asettico -e disturbato dagli imprevisti-. Invece il progetto è stimolato dall’imprevisto, in dialogo con la realtà: un desiderio di costruire un futuro, non pre-orientato.
Fondamentale è dunque il metodo, che consenta di non camminare a caso, ma che consenta al cammino di adattarsi. Conosco il “come”, e faccio emergere poco a poco il “cosa”. Se il piano è un “a priori”, il progetto è un confronto.
Il che ovviamente comporta anche dei rischi: se non ci si confronta, non si guarda fuori, si prende dalla realtà solo ciò che attiene al “piano”.
Ma la realtà eccede: e se sei curioso, la tua strada è il progetto, che è più rispettoso della complessità della realtà, del fatto che per ottenere uno stesso effetto si possono fare tante cose diverse, in un certo senso equivalenti l’una dall’altra.
Progettare, dunque, è rispondere a quell’imperativo etico formulato da Heinz von Foester: “agisci sempre per moltiplicare il numero delle possibilità pe te e per gli altri”: nella complessità del mondo, a differenza che nella linearità dei nostri piani sempre un po’ miopi, i bisogni e i desideri non hanno mai un’unica soluzione. Ed anzi, in genere quella che ci si presenta per prima non è mai la migliore.
Ma come scegliere tra queste possibilità che il progetto spalanca? Di nuovo, non a priori, ma sperimentando, ascoltando, osservando quella che meglio trasforma il mondo nella direzione del nostro desiderio.
E torniamo all’effetto: è il futuro che si svuole generare che guida il progetto. La soluzione è solo un mezzo per renderlo attuale. Essere progettisti, è essere anzitutto dei visionari, degli anticipatori del futuro. E’ prendersi un po’ di responsabilità del mondo che sarà.
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