Abbiamo ascoltato a lungo in queste settimane. Non c’era altro di più urgente: mettere l’orecchio a terra e sintonizzarsi sui brontolii di fondo che la crisi da Covid 19 genera sul tessuto delle nostre organizzazioni. E’ un sisma le cui onde sono difficili da decifrare e il perché ci è ormai chiaro: è davvero ignota la profondità dell’epicentro, e l’ampiezza della propagazione.
Nel frattempo tenevamo l’altro orecchio sul mondo di fuori, ai bollettini di virologi, politici, economisti, giornalisti. Tutti a caccia di presagi del futuro possibile, del nuovo normale.
A questa attività di divinazione, pochi hanno fatto precedere l’idea che sia in atto un lutto collettivo, generazionale. Non una crisi, un lutto. Qualcosa che si è perso. Eppure è proprio quel che stiamo vivendo, ce lo dice l’orecchio che abbiamo a terra, quello di cui ci fidiamo maggiormente.
E’ ascoltando i brontolii del terreno delle nostre organizzazioni che abbiamo capito che di questo lutto avete, abbiamo già sperimentato qualcosa. Cosa abbiamo perso davvero dal paziente 1 in poi?
Due cose, per cominciare. Non solo una certa idea di futuro, ma l’idea che il futuro abbia una forma, conoscibile, prevedibile, quindi costruibile, progettabile. Proiettarsi in avanti – individualmente, economicamente, organizzativamente – è “un’attività essenziale”, e purtroppo non riaprirà per decreto.
Abbiamo anche perso la relazione (fisica). Non solo i corpi, velati dalle mascherine, ma il fatto che l’altro (nella sua fisicità) ci permette di definire noi stessi. Ci manca questo specchio, che ogni giorno l’un l’altro ci tendiamo, dal caffè preso al bar alla riunione di lavoro. E’ un lutto che serpeggia nel nostro vivere e comunicare da remoto.
Pochi indugiano su ciò che si è perso – e ancor meno usano la parola lutto – perché una scorciatoia per non fare i conti con l’incognito è rifugiarsi nell’azione, sovrapporre alla perdita una qualche forma di innovazione, un modello di intervento. Ma è un forzare vestiti di taglia standard su corpi fuori misura, o peggio afflosciati. Rispondere subito (a volte in eccesso) è un modo rapido per scotomizzare l’angoscia e lasciarsela in fretta alle spalle. Non stiamo tessendo l’elogio dell’inazione, sia chiaro. E’ che, in fasi come questa, all’azione è bene associare l’ascolto, la riflessione. Sospendere il giudizio sulle prime risposte che arrivano e fare epoché, creare e farsi parentesi. Continuare a interrogarsi. E farlo collettivamente, magari in rete. Cosa sta accadendo? Cosa ci sta accadendo?
Una nuova conversazione di idee
Come Excursus+ abbiamo pensato che servisse una occasione in più per vivere queste domande con la nostra rete in modo più frequente, sistematico, caldo, ravvicinato. E anche per dare spazio e voce più chiara e condivisa a quelle esperienze di rigenerazione che stiamo verificando tra di noi. Abbiamo individuato un primo strumento che già conoscete, la newsletter che avete sotto gli occhi. Vorremmo farne una cosa diversa, insieme e a partire da voi. Il nostro obiettivo è farla diventare un quaderno pubblico in cui condividere interrogativi, ipotesi, dati, fonti, ispirazioni e dubbi che emergeranno nelle settimane che verranno. Non l’ennesima newsletter di una azienda (ciò che facciamo noi), ma una stanza in cui avviare una conversazione da condurre insieme (ciò che facciamo e possiamo fare insieme, noi e voi). Non sarà imbucare una lettera in una casella e-mail, ma aprire uno spazio nuovo.
Conversazione e insieme chiariscono l’approccio che vorremmo avere. Se stiamo sperimentando l’ignoto, allora possiamo e dobbiamo condividere la stessa curva di apprendimento. Non ci sono ricette da dare, ma percorsi da tracciare. Vorremmo che questa nuova newsletter, che dalla metà di maggio vi arriverà con cadenza quindicinale, fosse innanzitutto questo: un luogo a voi sempre più familiare in cui aprire percorsi, sollecitare e ricevere stimoli entro e oltre le nostre comunità di pratiche. Vi chiederemo di prendere a turno la parola. Perché non ci mancano le idee, ma oggi serve una conversazione vera sulle idee. Vera significa più approfondita. Ecco perché (spesso) la nuova newsletter di Excursus avrà un taglio monografico, o per dirla in modo più semplice, tematico.
Affronteremo temi che ci e vi stanno a cuore in un format che si riassume in quattro parole:
- partecipazione, perché chiameremo molte voci a dire la loro (come autori e come intervistati) e avviare la conversazione. E perché sceglieremo i temi a partire dalle reazioni che arriveranno da voi (a partire dai social);
- riconoscibilità, perché sceglieremo un punto di osservazione preciso e non enciclopedico. Ascoltare serve a costruire ipotesi di interpretazione, ad avere un punto di vista maturo e personale di ciò che si attraversa;
- multimedialità, perché alterneremo i formati: scritto, audio, video, infografiche.
- durata, ogni articolo (e podcast, intervista, video, tabella o grafico) non è la fine di un processo di segnalazione, ma il punto di partenza per uno scambio più approfondito.
In questo ultimo punto c’è qualcosa che riguarda noi, il nostro ruolo. Vediamo Excursus come “leader della conversazione” sul tema prescelto e facilitatore, non come il depositario di un sapere da trasmettere. Una conversazione, appunto. La nostra nuova newsletter è solo la prima di una serie di stanze, perché questa conversazione sia proseguita in altri luoghi, per esempio sui nostri social (Facebook, Twitter, presto anche Linkedin) e sui vostri, nel gioco di rimbalzi a cui tutti, più che mai in queste settimane, siamo diventati esperti. Sarà lì oltre che nei nostri rapporti quotidiani che vi chiederemo una mano nel costruire l’agenda delle nostre newsletter, darci rimandi, pareri, commenti. Di costruire la nostra conversazione sul presente e sul futuro della nostra rete, del nostro lavoro. Perché per noi e chi verrà dopo l’alternativa sarà tra cercare un lavoro o creare un lavoro che non c’era guardando là fuori e rispondendo a quel che si vede.
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