Negli ultimi mesi il dibattito intorno alle ONG si è fatto spesso rovente, gettando ombre e creando disinformazione; non analisi precise e generative, seppur taglienti, come potevano essere quelle formulate nove anni fa da Dambisa Moyo, attraverso La carità che uccide, ma piuttosto azioni sistematiche, atte a screditare indistintamente il lavoro di quelle realtà che si occupano di cooperazione internazionale. In queste poche righe scriviamo di alcune ONG, prendendo le distanze però da questo dibattito e portando l’attenzione su un interessante fenomeno di partenze e di arrivi, di ritorni in Italia.
Ne conosciamo parecchie di ONG e nel tempo, lavorando per loro, abbiamo avuto modo di osservarle da vicino, in particolare quelle italiane. Si tratta di realtà medio piccole (a volte minacciate dalla presenza delle grandi organizzazioni internazionali), spesso accomunate da origini simili: grandi passioni personali per la tutela dei diritti umani che si sono trasformate in viaggi di incontro, prima ancora che di cooperazione, in mondi altri, lontani dall’Italia (l’Asia, l’Africa, l’America Latina) ma anche più vicini e prossimi a noi (i Balcani e l’Europa dell’Est). Nei decenni l’esperienza si è sempre più consolidata insieme all’efficacia degli interventi e le reti di relazioni si sono via via infittite; le iniziali azioni di volontariato si sono professionalizzate e in esse i volontari hanno lasciato spazio ai professionisti.
Quello che ci interessa far emergere è ciò che sta avvenendo da qualche tempo in Italia, complice anche la crisi economica che ha certamente reso visibili sacche di povertà e marginalità che per anni abbiamo pensato riguardassero solo i Paesi lontani, i Sud del mondo. Parecchie ONG italiane, infatti, hanno intrapreso un viaggio di ritorno: partono dai Paesi in cui hanno operato per anni (non necessariamente abbandonandoli) per riapprodare in Italia. Stiamo osservando un fenomeno interessante che ci sta raccontando di una cooperazione internazionale (qualificata e strategica) che si affianca alle più consolidate esperienze di cooperazione sociale in Italia.
Si tratta di un travaso di buone pratiche, non di un reinventarsi rispetto a temi e strumenti; dopo anni di esperienze in contesti fragili, o persino feriti e traumatizzati, dopo aver messo a punto interventi mirati e innovativi (dall’educazione al dialogo interculturale, dalla sanità all’agricoltura) è arrivato il momento in cui riproporre tutto ciò anche nelle periferie italiane, nei contesti più vulnerabili delle nostre città, nei territori più dimenticati o sotto l’occhio dei riflettori per le tensioni sociali o i fenomeni di criminalità da cui sono attraversati.
Non interpretiamo questi arrivi da parte delle ONG italiane come occasioni per testare nuovi ambiti di lavoro, per occupare nuovi spazi di visibilità e fundraising, per reinventarsi e sopravvivere, sottraendo spazi a chi in Italia ha dato vita alla cooperazione sociale, ma come progettualità definite e volute. Arrivi che sono pensati come opportunità, per territori e per persone, di sperimentazione di nuove modalità per sviluppare le comunità, per fare impresa, per attivare processi di resilienza e far fronte alle crisi. Le ONG che ritornano mostrano un alto livello di consapevolezza delle differenze, anche strutturali, che intercorrono fra i contesti da cui partono e quelli in cui approdano. La cooperazione internazionale spesso le ha portate a valorizzare il più possibile l’esistente (in una logica molto simile a quella della jugaad innovation), a utilizzare approcci peer to peer, a progettare partendo dal coinvolgimento effettivo di tutti gli stakeholder (non a caso il metodo di progettazione adottato e promosso dalla Commissione Europea in Europa – il GOPP, Goal Oriented Project Plannining – si è strutturato lasciandosi ispirare dalla cooperazione internazionale tedesca degli anni Novanta). Quello a cui assistiamo è un rendere innovativi i contesti: le pratiche, infatti, nate e consolidatesi altrove non hanno di per sé una portata di innovazione. Per esempio, gli orti sociali, sempre più diffusi sul territorio italiano ma sperimentati altrove, sono oramai diventati buone pratiche, trapiantate oculatamente anche nelle periferie milanesi o a Lampedusa.
È un fenomeno che certamente necessita di essere osservato ancora più approfonditamente ma che fin da ora ci racconta di movimenti opportuni e vitali per la vita delle organizzazioni (tutte le organizzazioni, non solo quelle che si occupano di cooperazione internazionale), di buone pratiche che sono tali solo se trapiantate in contesti differenti, di stimoli e di innovazioni che, pur nascendo in luoghi lontani e complessi, possono diventare progettualità efficaci nei contesti che abitiamo.
Credits: Matthew Smith