Per un’ecologia della memoria

Esiste il passato, e crediamo nell’eventualità del futuro. La traiettoria che lega l’uno e l’altro interseca il nostro presente. Ragioniamo come fossero tre entità separate, ma non lo sono e non lo possono essere.

Che cosa lega dunque tradizione e innovazione? Quale ruolo ha -nelle nostre vite, nel nostro lavoro, nelle organizzazioni che viviamo- la memoria del passato che è stato?
Intendiamo qui con memoria non tanto l’imperativo storico morale del ricordo: tema questo su cui tanto si dovrebbe dire. Qui ci concentriamo sulla memoria come stratificazione di azioni, saperi, relazioni; “oggetti” tipici di ogni vita e quindi anche di ogni realtà organizzativa e relazionale.

Ogni esistenza lascia tracce del proprio percorso, sia esso individuale e collettivo. Non sono tracce omogenee: alcune sono curate, protette. Altre dimenticate, omesse, cancellate. Alcune valorizzate, altre ignorate. Ma non si può non fare i conti con la memoria. La memoria di ciò che è stato è un fatto che non può essere ignorato. Per quanto la si possa considerare ininfluente sul presente e futuro, se non dannosa, sta lì ad indicare quantomeno da dove arriviamo. E da dove siamo stati bravi a prendere le distanze, ad esempio.

D’altra parte, spesso -molto spesso- la memoria è una ricchezza. Un giacimento dal quale attingere esempi, processi, motivazioni. Sono le persone che ci hanno preceduto, che hanno tentato, fallito, riuscito. Che ci hanno insegnato.
Spesso -molto spesso- la memoria è anche conflitto, ricerca di purezza, eredità contesa.
Spesso -molto spesso- la memoria è un freno, una gabbia. Un legame che non permette di spiccare il volo.

Nelle organizzazioni ci sono luoghi (per esempio i musei d’impresa) e tempi in cui rimembrare; fra questi ultimi, negli step evolutivi della vita organizzativa ci sono i ricambi generazionali che spesso, più o meno consapevolmente, generano meccanismi di ricordo per rileggere il tratto di strada compiuto, per assicurarsi che nulla vada perduto, per affermare chi sono coloro che detengono i valori dell’organizzazione e ne fanno memoria (valori e memoria: binomio sovente inscindibile, rivendicato con la testa rivolta al passato), per innovare.
È nel ricambio generazionale, nel passaggio di consegne da una generazione a un’altra (ancor più che nel turnover fisiologico), che affiora il significato autentico che un’organizzazione attribuisce al fare memoria; nella delicatezza di quell’evento possiamo intendere la funzione assunta dal ricordare ciò che si è stati per chi abita il presente o il futuro prossimo; una funzione che può cristallizzare, favorire o accelerare i cambiamenti.
Fra il cristallizzare e l’accelerare si trova un’infinità di modi per ricordare e ricordarsi ciò che si è stati e ciò che si è; così come si trova anche la propensione alla negazione, che paradossalmente può essere un modo di ricordare.
La capacità di innovarsi di un’organizzazione va letta congiuntamente al modo con cui essa stessa genera la sua memoria collettiva e condivisa; in questo processo dinamico c’è lo spazio, anche salvifico, per rompere, per strappare, per fare voli pindarici che solo così creano il vuoto necessario perché l’innovazione prenda forma e generi significato.

La memoria va dunque maneggiata con cura. E con cura manutenuta. Non di oggetto si tratta, ma di processo, formale e informale al tempo stesso. Comporta pratiche e infrastrutture, scansione di tempi e suddivisione di compiti. Riconoscimento di ruoli e assunzione di responsabilità. Gestione dei conflitti ed esercizio di pazienza.

Compito di chi governa e di chi vive un’organizzazione deve essere anche il saper creare un ambiente favorevole, un’ecologia della memoria si direbbe, affinché questa sia elemento di crescita e consapevolezza anche per chi nell’organizzazione non lavora. Ma per quei “portatori di interesse” che nella tradizione rispettata, nell’archivio valorizzato, nel marchio rinnovato, nei valori confermati, riconoscono anche parte della loro storia e della loro comunità.




Photo by Vero Photoart @Unsplash

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