Con le migliori intenzioni

Laura Francioli è responsabile del Bando nella matassa per Excursus +

Qualche tempo fa, nel corso di un webinar sul tema del ruolo delle aziende nel promuovere o sostenere iniziative solidali a sostegno di cause sociali, l’esponente di una multinazionale attiva nei servizi alle imprese teorizzava un ruolo delle aziende come coloro che possono fare la differenza nella gestione di problematiche sociali e territoriali, non solo in supporto ma a volte anche in sostituzione di attori classici, pubblici o non profit.
Competenze, credibilità, visione, capacità di gestire rischi e cambiamenti e mezzi, molti di più rispetto a quelli a disposizione di chi tradizionalmente si occupa di tematiche di interesse generale e di utilità sociale, per attuare azioni efficaci e di sicuro impatto. Con quali intenzioni? Con le migliori?

Chiedersi quali siano le intenzioni dietro questo approccio non significa indagarle, processarle e stabilire se siano buone o cattive.

Va però perlomeno aperta una riflessione sulle motivazioni profonde che muovono le organizzazioni nel promuovere e sostenere cause sociali, soprattutto, ma non solo, se si tratta di enti il cui scopo primario non è la solidarietà. Una riflessione che va estesa a tutti gli attori che operano per il miglioramento della società e per il bene comune, incorporando anche un confronto tra le intenzioni di chi opera per profitto e chi con le migliori intenzioni è nato e che su questa base lavora con lo scopo primario di rispondere ai propri beneficiari.
Il riferimento è al mondo del non profit, che si sta sempre più professionalizzando e che valuta sempre di più se stesso in base all’impatto e all’efficacia dei propri interventi e alla misurazione degli stessi.
Purché il senso del proprio agire non sia dato esclusivamente dalla bontà delle tecniche e dal risultato ottenuto, rischiando forse di perdere nel tempo il senso originale del proprio esistere, dimenticandosi le buone intenzioni che hanno dato vita all’organizzazione e ai suoi progetti.

Paolo Conte, in un verso della canzone Sandwich Man (dall’album Elegia, 2004) cantava “La domanda è rosso fuoco la risposta è blu”.
La canzone non voleva probabilmente riferirsi ai temi di questo articolo, lo spunto è però utile per sottolineare quanto si sia sempre più sollecitati da domande “rosso fuoco”: domande sempre più urgenti, sempre più pressanti e sfidanti. Tanto più coinvolte da queste domande sono le persone e le organizzazioni che vogliono dare risposte concrete e durature a problemi sociali, a persone in difficoltà, a sfide sempre più globali che riguardano il presente e il futuro di tutte e di tutti.

Nella ricerca, spesso in emergenza, di soluzioni immediate ed efficaci anche le risposte devono essere altrettanto “rosso fuoco” e questo è un aspetto da valorizzare. Allo stesso tempo, ragionare su altri approcci, da integrare al lavoro quotidiano troppo spesso simile a quello di “criceti dentro la ruota”, può aiutare a ripensare, anche in modo più efficace, le nostre azioni.
Fermarsi un momento per provare a togliere quel velo che spinge a lavorare (e probabilmente anche a vivere) in costante affanno e in un contesto che fa percepire un’emergenza permanente per tornare alle vere “domande rosso fuoco”, alle intenzioni, a ciò che ha dato la spinta originale alla nostra azione per migliorare la società, il mondo, la vita delle persone.

Questo approccio può rivelarsi molto efficace per rivalutare e rilanciare i propri progetti e le proprie azioni, replicando a domande rosso fuoco con risposte blu.

L’organizzazione dalla quale ricevete questa newsletter ne ha fatto nel tempo una prassi consolidata, partendo prima di tutto da sé e dalle proprie intenzioni costantemente indagate e valutate, che stanno alla base del lavoro e dell’incontro con le realtà con le quali collabora. Realtà che vengono sollecitate a perseguire un percorso che parta o riparta dalle proprie intenzioni, tanto più efficace se queste sono approfondite e condivise.

E’ un approccio che richiede tempo e i cui risultati non sono misurabili, se non nella riflessione e nel confronto costantemente aperti, nell’ascolto e nella conoscenza di sé e dei propri interlocutori e agendo in coordinamento e condivisione con gli altri.

Photo by Cullan Smith @Unsplash

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