Nel suo “scrivere di sé”, Elena Loewenthal si interroga sull’identità ebraica e su suo essere profondamente estroversa. <<Scendere a patti con questa appartenenza non è facile. È invadente ma sottile, capace di improvvisi colpi di scena. Qualcosa ci manca. Resta da colmare, attendere, disperare: le tavole spezzate. La promessa mancata. Il riscatto ancora da venire. Per questo, forse, l’identità ebraica ha bisogno di parlare di sé>>.
L’autobiografismo è un aspetto peculiare dell’identità ebraica, che accomuna gli scritti della tradizione biblica alla letteratura contemporanea. Elena Loewenthal percorre questo filo, riflettendo sulla consapevolezza di sé del mondo ebraico e muovendosi tra Ezechiele e Philip Roth, Umberto Saba e Amos Oz, Arthur Miller e Saul Bellow.
Il principio d’individuazione -spiega Loewenthal- non è affatto una legge, piuttosto “un rovello”. Che cosa veramente, e come, ci distingue dagli altri? Che cosa identifica quella cosa che siamo noi?
“L’uomo è l’unica creatura che rifiuta di essere quello che è” disse invece Albert Camus.
La domanda può essere ovviamente estesa: l’identità è un costrutto difensivo o offensivo? Un guscio di protezione o una gabbia di detenzione?
Vale per l’individuo come per il gruppo: la definizione della propria identità costituisce un ritratto e al tempo stesso una costruzione. Sottile il confine tra descrizione e definizione. L’identità c’è e deve solo essere “scoperta”? o viene in qualche modo costruita o inventata?
<<Tanto più si è particolari -spiega Francesco Remotti-, tanto più si hanno garanzie di coerenza e di continuità e dunque di incremento del valore di insieme dell’identità. Come mettere insieme molteplicità senza mettere a repentaglio la propria identità? Il prezzo della coerenza è la particolarità, ovvero l’incompletezza. La particolarità è un prezzo, non un premio>>.
I contributi che leggerete -o ascolterete: inauguriamo una nuova rubrica audio, con il primo contributo dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano- sono percorsi da intrecci concreti: parole chiave che si ripropongono, mostrando tuttavia facce diverse -identità multiple?- per significati complessi. Tutti gli interventi cercano di rispondere a una domanda: il tentativo di dire che cos’è l’identità e che cosa rappresenta, per l’individuo o l’organizzazione.
Nel farlo, i nostri interlocutori sono convenuti nell’idea in qualche modo paradossale che l’identità assume un ruolo e un significato tanto più è mutevole, ovvero resiliente, rispetto al contesto.
Una questione, dunque, di valori -personali, collettivi- che costituiscono non un’ancora ma un innesco di mutazioni, relazioni, cambiamento.
Per lo stesso motivo, l’identità non è un fatto del singolo così come non è un fatto del tutto collettivo; è semmai il risultato quasi quantistico di relazioni, senza le quali, letteralmente, la realtà non esiste.
La sintesi -se è lecito- è che l’identità dipende. Non inerisce all’essenza di un soggetto; dipende semmai dalle nostre decisioni. L’identità è un fatto di decisioni. E le decisioni sono un fatto di responsabilità.
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