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Copiare dalle piante: la rivoluzione delle nostre organizzazioni

La Nazione delle Piante è un libro (di Stefano Mancuso), è una mostra (ora in Triennale a Milano, sempre curata da Mancuso) ma soprattutto è un’esperienza immersiva in un mondo che seppur silenzioso (nonostante gli alberi siano ricchi di sonorità) ci parla, smuove esperienze ataviche e sollecita nuove emozioni.

Scrivere di alberi quando ci si occupa di organizzazioni non è scontato eppure la vita delle piante racconta le dinamiche di una comunità competitiva ma anche collaborativa, resiliente e generosa.

Gli spunti di riflessione che Mancuso, direttore dell’International Laboratory of Plant Neurobiology dell’Università di Firenze, attraverso il suo percorso di ricerca pluridecennale e di divulgazione scientifica, sono innumerevoli e provocano, noi e le nostre organizzazioni, a cambiare e a migliorare. Le piante, intese come comunità non come singoli individui, non solo non sono esseri statici e inamovibili (come sovente li percepiamo) ma sono in grado di generare cambiamenti innovativi. A noi il compito di osservarli e copiarli.

Secondo Stefano Mancuso, infatti, le piante rappresentano un modello più adatto a produrre innovazione, meno efficiente in termini di tempo, ma più robusto e maggiormente capace di rispondere ai cambiamenti dell’ambiente. Capacità che i vegetali hanno sviluppato […] in conseguenza al fatto che non si spostano come gli animali. Negli animali tutto è movimento: in noi tutto si basa sulla risposta veloce, non ci siamo evoluti per percepire i mutamenti e risolvere i problemi, ma per evitarli. Siamo costruiti nella maniera più efficiente possibile, con un unico organo di comando che decide, per fare una sola cosa: spostarci. Essendo fatti in questa maniera, abbiamo costruito così tutto quello che ci riguarda: la nostra società è gerarchica, così come lo sono le aziende. E come quando il nostro organismo va in tilt se un organo non funziona come dovrebbe, così basta un’interruzione per far crollare tutte le strutture che abbiamo creato a nostra immagine. Non solo: il mandato del mondo animale è quello di evitare i mutamenti, non di adattarsi ad essi. Non siamo capaci di cambiare e dunque di innovare (tratto da un’intervista di Veronica Ulivieri pubblicata da Altreconomia).

Nel tempo dunque, e non necessariamente nella velocità, gli esseri vegetali sono in grado di rinnovarsi anche a fronte di quei cambiamenti che ne minano l’esistenza. Sono in grado di sopravvivere, o meglio di continuare a vivere e a svilupparsi, seppur privati fino al 90% del proprio corpo. Incredibile se paragoniamo questo dato a quei gruppi di lavoro dove il venire meno di un’unica persona mette talvolta a rischio la sopravvivenza stessa dell’intero gruppo e comunque genera stress, faticosamente superati. Gruppi nei quali non esistono regole collaborative condivise, in cui la cura nel tempo della fiducia è una pratica sconosciuta ai più e ciascuno procede come una monade, senza la consapevolezza di essere una parte di un organismo e non un unicum. È la stessa struttura modulare e cooperativa delle piante che permette loro di continuare a crescere, nonostante le ingenti amputazioni subite.

La forte identità cooperativa delle colonie di piante crea situazioni di riproduzione e di crescita anche in situazioni avverse e ostinate; tutti siamo consapevoli che la luce sia un elemento essenziale per la vita di un albero a tal punto che, se non esistesse un motto di cooperazione le querce, che si aprono alla vita in un luogo buio qual è il sottobosco, sarebbero estinte; il sottobosco, infatti, non certamente adatto alla fotosintesi. Eppure è proprio in esso che le ghiande marcendo germogliano e trasformandosi in giovani arbusti negli anni si rafforzano fino a diventare alberi adulti. Ciò è reso possibile dalle piante dello stesso clan che, attraverso il fitto e organizzato sistema di radici, fornisce per anni il nutrimento necessario alle nuove generazioni, fino a quando ogni albero è sufficientemente robusto da rendersi autosufficiente.

Sempre Mancuso ci sollecita sul nostro futuro sostenendo che proprio perché il modello vegetale è diverso da noi, è in grado di percepire prima i mutamenti e di adattarsi. Nelle piante, infatti, l’epigenetica ha un’importanza enorme: se una pianta cresce in un ambiente più caldo e con meno acqua, per esempio, imparerà come resistere e lascerà questa conoscenza alla generazione figlia. Se poi la generazione successiva non sarà sottoposta a questi problemi, perderà l’informazione. Pensiamo ai cambiamenti climatici: in un ambiente in continuo riscaldamento, fino a quando ci sarà un limite possibile di vita, le piante si adatteranno e produrranno dei figli sempre più adatti a quell’ambiente. […] Se vogliamo continuare come specie il nostro futuro, questo deve essere vegetale.
Quando si dice che nel 2050 saremo dieci miliardi, tutti si chiedono sgomenti come farà questo pianeta a mantenerci tutti. Io penso sempre una cosa opposta: che bello che saremo 10 miliardi, perché se riusciremo ad agire come una colonia, come le piante, avremo 3 miliardi e mezzo di persone in più rispetto a oggi che pensano e sono in grado di risolvere problemi. La vera risposta al nostro futuro è, insieme a tante altre, dare la possibilità a tutte le persone che nascono di poter dare la soluzione. Ecco perché il modello vegetale è importante mentre la gerarchia è contro l’innovazione: la gerarchia riduce il numero delle soluzioni a quelle che possono essere pensate da un numero ridottissimo di persone.

Nelle nostre organizzazioni impariamo dalle piante; anzi copiamole, senza troppi sforzi e pedissequamente.

Buona estate!

Credits: Spencer Watson

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