A ogni perdurare di situazioni critiche -come una pandemia-, fors’anche solo nel tentativo di anticiparne la conclusione, perlomeno nella mente, scatta la retorica della “rinascita”.
È comprensibile: si tratta di un’immagine potente, capace insieme di coniugare dimensione sistemica e personale. Si rinasce da una crisi economica come si rinasce da una malattia. Un’azienda rinasce da un fallimento, un professionista cambia lavoro e ambito e così cambia la sua vita stessa. A livello più alto c’è la rinascita dopo il Covid, la rinascita delle periferie, la rinascita sostenibile, etc.
Ma attenzione a semplificare con qualche slogan o titolo di giornale il profondo universo di significati che il termine “rinascita” reca con sé. A partire dal fatto che, più che di rinascita, dovremmo parlare di “rinascite”.
Una prima caratteristica sta nella radicalità dell’accezione che qui ci interessa. Fuor di metafora, se vi è rinascita, vuol dire che prima, e non per forza immediatamente prima, c’è stata una morte, sia pur non biologica. Una fine, addirittura un lutto.
Una vita -un’esperienza, una storia, singola o collettiva- non c’è più, e lascia il posto a qualcosa di nuovo che da quelle ceneri emerge alla luce. Non è innovazione o evoluzione. È morte prima, nascita dopo. Questa “conclusione” può essere causata da forze esterne, o essere il frutto di una decisione. Specularmente, lo stesso vale per la rinascita che ne consegue.
Questa dimensione radicale comporta il carattere stra-ordinario della rinascita. Il rinnovamento, il riposizionamento, l’adattamento al mercato e la formazione continua, il cambio di competenze e di ambito operativo, pur nel loro carattere di innovazione, fanno in qualche modo parte dello sviluppo ordinario di un individuo o di un’organizzazione.
Questo sembrerebbe non valere per la rinascita, che di per sé potrebbe accadere molto raramente o una volta sola nella vita -privata, professionale, imprenditoriale. Oppure mai. D’altra parte è profondamente attraente l’idea che la nostra vita -personale, professionale- sia una costante rinascita, un continuum di
chiusure e aperture, conclusioni e nuovi incipit.
Un secondo aspetto intrigante della questione sta nella possibilità di sperimentare una certa imprevedibilità. Vi sono condizioni in cui una rinascita non è prevista, tantomeno sperata. Eppure accade. Qualcuno ricorderà la storia degli Hibaku Jumoku, gli “alberi sopravvissuti” alla bomba atomica di Hiroshima. Nessuna forma di vita dopo una bomba atomica per almeno 75 anni, si disse allora. E invece nel raggio di 2 chilometri dall’esplosione ne sopravvissero 170, di alberi, e di 32 specie diverse. Un salice, il più vicino di tutti alla deflagrazione, rinacque letteralmente dalle proprie radici. Ecco forse un altro indicatore della stra-ordinarietà delle rinascite: sfidando il conformismo, portano vita, azione, laddove non ce la si aspetta.
C’è infine un terzo aspetto. Da allora, i semi provenienti dagli alberi sopravvissuti vengono condivisi dagli abitanti di Hiroshima e piantati in Giappone o in altre zone del mondo. È ovviamente un atto simbolico: dalla distruzione può nascere nuova vita.
La rinascita -le rinascite- sono atti testimoniali ed esemplari, disseminatori di possibilità.
Pur generando da un atto traumatico -fuor di metafora: la chiusura di un’azienda, un licenziamento, una depressione, una crisi economica o sociale- le rinascite possono essere poste a vantaggio non solo del soggetto che le sperimenta, il quale mantiene la propria unicità, ma anche verso la collettività che di quella rinascita è testimone, e dalla quale trae beneficio.
Un beneficio di senso, innanzitutto, ma non solo: la stra-ordinarietà innesca processi di innovazione e di traino, crea opportunità, genera idee, crea relazioni. E dove ci sono relazioni, c’è futuro.
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