Cogliere i segnali, coglierli in tempo

L’incipit di questo editoriale è differente: dobbiamo partire dal “dietro le quinte” della newsletter e raccontarvelo.

Iniziamo a pensare al tema intorno al quale dar vita a questo nostro appuntamento mensile circa due mesi prima di condividerlo con voi. Questa volta, invece, è stato diverso: abbiamo faticato nell’individuare il focus e poi, in corso d’opera, ci siamo resi conto che, da un giorno all’altro, non aveva più significato perché il “diluvio”, su cui avremmo desiderato sostare e di cui percepivamo l’arrivo entro la primavera, si è palesato ben prima dei nostri presentimenti: al risveglio del 24 febbraio.

Che cos’è questo “diluvio”? Nel racconto biblico -che in realtà è comune a tante culture- c’è la memoria di una tragedia che acquisisce dimensioni planetarie. Una tragedia che è causata dagli uomini, che ha la forma di una punizione, ma che alla fine si ricompone. Ci chiedevamo quale sarebbe stato il “diluvio” in procinto di colpirci: un diluvio sociale, economico, ambientale. Come ci si prepara all’arrivo di un diluvio?

Poi il diluvio è arrivato davvero: un diluvio di bombe e sofferenza. Ci siamo scambiati qualche e-mail colti, come noi tutte e tutti, dallo sbigottimento, convenendo di doverci occupare di altro; abbiamo così riorientato lo sguardo, cambiato la prospettiva, non di molto ma quel tanto per decidere di soffermarci sui segni che precedono i “diluvi”. Quei segni che vediamo e che immediatamente rimuoviamo oppure che vediamo e ci paralizzano, oppure che vediamo e raccontiamo ma che nessun altro, all’infuori di noi, vuole vedere.

Segni che interpellano le nostre esistenze, i contesti di vita che abitiamo, il nostro pianeta. 

Ad esempio. Nel 1972 -cinquanta anni fa- il Club di Roma incarica un gruppo di studiosi di redigere un rapporto che poi diverrà celeberrimo col titolo “Limits to Growth”, i limiti della crescita. Il rapporto chiariva – nonostante alcune imprecisioni e lacune- un principio molto semplice: le risorse del Pianeta non sono infinite, e dobbiamo farci i conti. Nel 1992 -vent’anni dopo, trent’anni fa- si svolge a Rio il “Summit della Terra”: sono definitivamente esplicitati i problemi legati a inquinamento, scarsità di risorse, riscaldamento globale, perdita di biodiversità. Cinque anni dopo, nel 1997 -25 anni fa- è la volta della pubblicazione del Protocollo di Kyoto: la crisi climatica è un’urgenza improcrastinabile. Entrerà in vigore solo nel 2005.

Avevamo tutti i segnali, le cause e le soluzioni, ma siamo ancora al punto di partenza, e forse a quello di non ritorno.

Procediamo per gradi, ci siamo detti. Come si colgono i segnali? C’è un modo di agevolarne la visione? E una volta colti, siamo in grado di interpretarli? Con quali strumenti? E ancora: perché spesso cogliamo i segnali, ma non li comprendiamo, o peggio, li ignoriamo deliberatamente?

È un processo che vale a tutti i livelli: nel privato, nelle organizzazioni, a livello globale.

In questo spazio è sulle organizzazioni che ci soffermiamo: ci sono quelle che cercano i segni per rispondervi prontamente e adeguatamente (segni nuovi che aprono a nuove possibilità di crescita; oppure segni oscuri, come quelli inerenti la corruzione o le mafie, che portano a capitolare se non si devia); quelle che i segni li vedono e magari li interpretano anche ma costantemente li ignorano (come da decenni avviene con quelli legati al cambiamento climatico); ci sono organizzazioni che sulla lettura dei segni, sistematica e non casuale, hanno fondato parte della loro mission e definito il proprio metodo di lavoro: leggere prima, prima che gli effetti (della povertà, della guerra, della malattia, per esempio) si palesino.

Ci sono poi organizzazioni impermeabili alla lettura dei segni: non che non li vedano (magari si fanno anche aiutare da bravi dirigenti e/o consulenti per individuarli); una volta visti, però, nulla cambia; la propria narrazione non viene messa in alcun modo in discussione. È un paradosso ma è così. Lo sa bene Nicola che nelle organizzazioni dove ha lavorato prima d’ora (sempre come direttore) ha visto riconosciuta la sua capacità di leggere con tempismo i segni (del mercato, del contesto socioculturale, dei propri dipendenti) e di rispondervi sempre con progetti e servizi innovativi. Nell’oggi, invece, si trova in una realtà, dove, chiamato proprio per quella sua capacità, è privato degli strumenti per agire; come un rabdomante a cui si chiede di cercare l’acqua in una terra colpita dall’arsura e poi individuata una fonte, viene impedito di costruire un pozzo.

Segni e segnali cercati, colti, fraintesi, sottovalutati, ignorati. Il contraltare, il controcanto, alla lettura dei segni è il tempo. Il tempo è quello che intercorre tra il capire, il vedere e l’intervenire una volta interpretati i segnali. È la risorsa scarsa che ci è data in opportunità, e come tale non va sprecata. In caso contrario, i segni diventano rimpianti, rimorsi, buoni solo per l’ipocrita pratica del “senno di poi”.

Ma col senno di poi non si va lontano. Si impara sbagliando, e sbagliando si acuisce lo sguardo e la sensibilità, nell’attesa di un altro tempo da non perdere.

Photo bu Denise Jans @Unsplash

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