Dentro la biodiversità. Un’intervista a Valeria Barbi

Valeria Barbi è giornalista ambientale e scrittrice, co-autrice insieme al fotografo Davide Agati di WANE – We Are Nature Expedition e dei libri Dall’Alaska alla Patagonia, viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo (edizioni Laterza), e Che cos’è la biodiversità, oggi (Edizioni Ambiente). Naturalista e politologa di formazione, membro dell’International Union for the Conservation of Nature (IUCN). Lavora come consulente e docente in svariati enti ed istituzioni ed è la responsabile della comunicazione di Salviamo L’Orso. Da anni è impegnata sui temi della biodiversità e del cambiamento climatico.
Le abbiamo chiesto di aiutarci a mettere a fuoco che cosa sia la biodiversità, che cosa ci racconta e come interroga noi e le nostre organizzazioni.


Che cos’è la biodiversità?
Rischiamo di scomparire?
Fragilità e resilienza: un confine sottile
Il battito d’ali della farfalla: le nostre scelte e i loro effetti
Convivenza e coesistenza: le parole del presente
La saggezza della natura – e il rewilding


Che cos’è la biodiversità?

Partiamo dall’inizio: che cos’è davvero la biodiversità? Esiste un equivoco nel modo in cui se ne parla fuori dai contesti scientifici?

Per dovere di scienza, quando mi chiedono che cos’è la biodiversità mi sento in obbligo di dare la definizione istituzionale più canonica. È quella elaborata da Edward Osborne Wilson, grande entomologo e biologo statunitense, che alla fine degli anni Ottanta – durante un convegno – la formulò in modo che sarebbe diventato universalmente accettato: la biodiversità è la varietà e l’abbondanza degli organismi che vivono sul pianeta Terra.

Una varietà che può essere descritta su tre livelli.
Il primo è la diversità tra specie con cui coesistiamo – parola chiave del presente e del futuro – sul pianeta.
Il secondo è la diversità genetica all’interno di una stessa specie, che è il motivo per cui individui appartenenti alla stessa specie ci sembrano spesso diversi tra loro: succede molto spesso con gli anfibi, per esempio.
Il terzo è la diversità a livello ecosistemico.

Poi esistono definizioni magari meno “scientifiche” ma che rendono l’idea di quanto importante e sottovalutata sia la biodiversità, spesso accusate di non essere abbastanza scientifiche, ma che secondo me descrivono molto bene che cos’è la biodiversità. Una di quelle che mi piace di più è «la biblioteca della vita sulla Terra».
Mi piace perché la biodiversità – spesso ce ne dimentichiamo – racconta il nostro passato evolutivo, il nostro presente e, attraverso quello che le sta succedendo, ci spiega anche come dovremmo vivere sul pianeta e qual è il percorso che dovremmo intraprendere. Ma è anche una storia, un libro vero e proprio. E contiene tantissimi dati e informazioni utili per permettere la nostra sopravvivenza.

Sulla seconda parte della tua domanda: non credo ci sia un vero fraintendimento sulla biodiversità. Credo piuttosto che molte persone non riescano proprio ad associare la parola alla realtà. In altri casi, invece, ormai da troppo tempo, se ne ignora l’importanza e ci si dimentica di valorizzarne la presenza ed il ruolo. La definizione è semplice, lineare, non soggetta a grandi interpretazioni – eppure quando chiedi alle persone che cos’è la biodiversità, è sconvolgente vedere come non sappiano rispondere. Al massimo si avvicinano usando il sinonimo ormai diffuso di «natura», ma non riescono ad andare oltre.

Abbiamo dimenticato quanto noi stessi siamo biodiversità, quanta biodiversità portiamo dentro di noi, quanto dipendiamo dalle altre specie e dagli ecosistemi, per sopravvivere. Ma anche quanto specie ed ecosistemi ci diano, in un rapporto di funzionalità diretta, tutto ciò di cui abbiamo bisogno: i cosiddetti servizi ecosistemici, cioè acqua pulita, regolazione del clima, materie prime.

Qui però voglio fare un’aggiunta importante, perché ci fa capire quanto sia necessaria una trasformazione culturale per affrontare il presente. Ho appena dato un’idea che potrebbe sembrare materialistica della biodiversità – come se dovessimo proteggerla perché ci dà delle cose. In realtà non è così, o almeno non è solo così.
La biodiversità va tutelata innanzitutto perché abbiamo un dovere etico nei confronti del pianeta e delle altre specie con cui coesistiamo. Un valore etico che deriva dal fatto che noi, come esseri umani, siamo una specie giovanissima: circa 300.000 anni di presenza sulla Terra. E quindi una domanda che forse dovremmo imparare a porci è: con quale diritto, ad un certo punto, abbiamo pensato di poterci rendere responsabili dell’estinzione di qualsiasi altra specie?

Cosa che facciamo, e costantemente. I cinque principali fattori di perdita della biodiversità ad oggi sono tutti riconducibili alle attività umane: la crisi climatica, il sovrasfruttamento, la perdita di habitat, l’inquinamento e la diffusione di specie aliene invasive. Questi cinque fattori, spesso correlati e presenti contemporaneamente nello stesso luogo, hanno portato a quella che viene ormai definita da più parti la sesta estinzione di massa. Le specie scompaiono dalle dieci alle cento volte più velocemente rispetto al loro normale percorso evolutivo.

Lo specifico perché, così come la speciazione – cioè la nascita di nuove specie – anche l’estinzione è un fenomeno assolutamente naturale. Le specie compaiono e scompaiono continuamente sul pianeta. Quello che è cambiato è che adesso scompaiono per colpa nostra.

Rischiamo di scomparire?

Anche noi potremmo scomparire per colpa nostra, quindi?

È un argomento molto dibattuto e molto interessante. Quello che in ballo non è tanto, per quanto sia narrativamente accattivante, l’estinzione della specie umana. Siamo 8 miliardi e pensare che ci estingueremo presto è difficile. Quello su cui punterei l’accento è un’altra domanda: come vogliamo continuare a vivere su questo pianeta?
Questo, secondo me, è il vero nodo da sciogliere.

Stiamo già vivendo in un pianeta che diventa di anno in anno più invivibile per come lo abbiamo conosciuto. Abbiamo una crisi climatica che non affrontiamo con l’urgenza necessaria. E abbiamo una crisi della biodiversità che continuiamo ad ignorare – il che è paradossale, perché la crisi climatica è ormai diventata piuttosto mainstream, ma non si parla con la stessa urgenza e lo stesso approfondimento scientifico della crisi della biodiversità. Eppure, la crisi climatica è essa stessa un fattore di perdita della biodiversità.

Sappiamo che la nostra salute – il grande concetto di Planetary Health – dipende in modo molto stretto dalla salute delle altre specie e degli ecosistemi. Se questi collassano, gli impatti si riversano anche su di noi: qualità dell’aria, ciclo dell’acqua, regolazione del clima.

Leggevo di recente alcuni romanzi che immaginano scenari futuri molto cupi. Faccio fatica a non sentirmi sopraffatta. Come si fa a non cadere nell’immobilismo?

Ho letto di recente un paper molto interessante sull’ansia ambientale. Racconta come chi si occupa di conservazione della biodiversità – come nel mio caso – sia estremamente soggetto a forme anche estreme di ansia, perché siamo un po’ i grandi ignorati della questione. E poi abbiamo fatto del lavoro una sorta di missione, quindi vita professionale e vita privata si intrecciano troppo.

Una delle cose che secondo me sottovalutiamo molto è la sensazione di perdita costante. C’è un bias cognitivo – la shifting baseline syndrome – per cui tendiamo a pensare che lo status quo, quello che conosciamo oggi, sia sempre esistito. Questo ci fa dimenticare com’era prima e ci impedisce di vedere quanto abbiamo già perso.

Io sono friulana, vengo da Pordenone. Ricordo che da bambina giocavo con i maggiolini sotto casa. Le lucciole non si vedono più. Quando sono tornata da due anni di spedizione per il reportage WANE, che mi ha portata a percorrere tutta la Panamericana, dall’Alaska all’Argentina – sono andata al parco davanti a casa di mia madre. Il silenzio era sconvolgente: non volava un insetto. Se ci fai caso, quando vai al parco quanto rumore senti provenire dal prato o dagli alberi? Quanti insetti, uccelli o anfibi sono rimasti? È una cosa che ormai diamo per scontata, perché sembra una narrazione da social media – la primavera silenziosa di Rachel Carson la citano tutti – e quindi tendiamo a scollegare il cervello dalla realtà. Ma quel silenzio, al parco, lo senti davvero.

Io sono una grande fan del bagno di realtà. L’idea che dobbiamo trattare le persone come bambini da tutelare dalla realtà mi fa storcere il naso, soprattutto in questo momento storico. È vero che troppa negatività crea immobilismo – ma su questa idea ci stiamo forse cullando troppo a lungo. Quando si ha a che fare con gli adulti, a un certo punto bisogna essere messi di fronte alle proprie responsabilità, e soprattutto essere messi nelle condizioni di agire.

Da qui l’importanza di creare un ecosistema di conoscenza fruibile e scientificamente valido, in un momento di infotainment continuo in cui circolano troppe informazioni imprecise. E da qui l’importanza che il mondo politico crei le condizioni per agire. Ben venga l’attivismo che scende in strada e chiede che le cose vengano fatte.

Fragilità e resilienza: un confine sottile

Spesso la narrazione presenta la biodiversità come qualcosa di estremamente fragile, da proteggere. Ma dalla definizione che mi hai dato sembra che abbia una complessità tale da garantirle anche una forma di forza, di capacità di resistere. È così?

Sì e no. Hai ragione: la complessità è forse una delle parole chiave della biodiversità – complessità nelle relazioni, negli ecosistemi, nelle relazioni tra specie. E la capacità di adattamento ai fattori esterni è certamente una delle sue caratteristiche fondamentali.

Ma questa capacità di adattamento ha un limite. Non dobbiamo pensare – come si racconta spesso – che «tanto la natura un modo lo trova». Non è vero. Ci sono specie che si estinguono, ci sono ecosistemi talmente degradati che tornare indietro è difficilissimo.

Un esempio classico sono le specie altamente specializzate come quelle che vivono ad alta quota. Pensiamo allo stambecco alpino: vive in montagna, ha bisogno di temperature rigide per sopravvivere, e siccome le temperature rigide stanno scomparendo continua ad andare sempre più in alto. A un certo punto non avrà più dove andare. È un esempio banale, ma si visualizza benissimo: lo stambecco che sale, sale, sale, e a un certo punto non sa più dove andare. A questo poi si aggiunge la difficoltà di foraggiarsi oppure l’accesso ad un foraggio di bassa qualità che influisce negativamente sulle nuove nascite o sulla salute dei piccoli, così come un cambiamento nelle loro abitudini: di notte restano attivi più a lungo e questo li espone maggiormente alle predazioni.

E poi c’è un altro elemento affascinante: non sappiamo davvero quanto sia biodiverso il pianeta. Abbiamo catalogato tra 1,8 e 8 milioni di specie, ma le stime di quante ne esistano realmente variano enormemente – c’è chi dice 100 milioni, c’è chi dice miliardi. Nuove specie si scoprono ogni giorno, nelle teche dei musei o sotto una foglia in mezzo alla foresta equatoriale. Questo significa che non siamo nemmeno in grado di prevedere con precisione cosa succederà quando determinate specie scompariranno.

Immagino però che ci sia una sorta di meccanismo a catena: scompare una specie, e le altre si adattano, si muovono, cambiano le loro interazioni. Le biodiversità, al plurale, si compensano in qualche modo?

Può succedere, ma attenzione a cosa si intende per «compensazione». Se i grandi predatori oceanici – gli squali, per esempio – vengono decimati e scompaiono (ne uccidiamo circa 100 milioni l’anno e molte specie di squalo, a rischio estinzione, arrivano normalmente sulle nostre tavole: pensiamo al palumbo o alla verdesca…), aumentano esponenzialmente i predatori di mezzo, quelli che si nutriranno in modo eccessivo di pesci più piccoli, da cui dipendono le specie delle barriere coralline. Se scompaiono le barriere coralline, il sistema rischia di collassare. Quindi attenzione a pensare che se si toglie un tassello il resto si sistema da solo: il modo in cui si sistema può avere effetti devastanti su scala globale.

Ma prima che esistesse l’essere umano già accadevano estinzioni, no? Quando diciamo «effetti devastanti» li pensiamo sempre in termini umani?

L’estinzione è un fenomeno naturale. Ogni specie ha la sua storia evolutiva sul pianeta, e questo ciclo di nascita e morte – speciazione ed estinzione – è assolutamente naturale. Il problema si ha quando ad accelerare il processo di estinzione sono le attività umane, con i cinque fattori che citavo prima.

Succede la stessa cosa con il clima: il grande argomento del negazionismo è che ci sono sempre stati cicli di surriscaldamento e glaciazioni (si tratta dei cicli di Milankovitch, ossia variazioni periodiche a lungo termine dell’orbita e dell’inclinazione terrestre che influenzano la distribuzione della radiazione solare sul pianeta e guidano l’alternanza tra ere glaciali e interglaciali). Vero. Quello che è nuovo è l’impatto dell’essere umano – sia dalla rivoluzione industriale in poi, con l’accelerazione delle emissioni di gas serra, sia prima: da scoperte recenti sappiamo che già il genere Homo aveva contribuito alla scomparsa dei grandi mammiferi del passato, come i mammut. Quindi il sovrasfruttamento delle specie non è una novità, ma la novità è averci aggiunto tutti gli altri fattori.

Quindi, se ho capito bene: le estinzioni avvengono – tutto funziona se non intervengo io. L’estinzione fa parte della vita: si nasce e si muore, così anche le specie.

Esatto. Nascita e morte, speciazione ed estinzione: è un dualismo naturale, assolutamente naturale. Il problema si ha quando ad intervenire sull’accelerazione del processo di estinzione sono le attività umane.

Il battito d’ali della farfalla: le nostre scelte e i loro effetti

Ogni volta che muoviamo un passo stiamo avendo un’influenza su ciò che ci circonda – un po’ come il battito d’ali della farfalla. Possiamo parlare delle scelte concrete che facciamo?

Sì. E qui torna utile il discorso dell’alimentazione. Nel nostro lato del mondo fatichiamo a comprendere che le nostre scelte di consumo hanno effetti devastanti dall’altra parte del globo. Un’alimentazione basata sul consumo di carne fa sì che in altri luoghi la deforestazione acceleri continuamente – in luoghi fondamentali per la vita sul pianeta, come l’Amazzonia, che è centrale per la regolazione del clima e il ciclo dell’acqua.

E la deforestazione in Amazzonia avanza perché si deforesta anche per introdurre capi di bestiame, oppure per coltivare soia. Ma la soia non viene usata per sfamare i vegani, come si legge in certe campagne mediatiche: viene usata per nutrire gli animali da reddito che noi poi mangiamo, con uno spreco di 18 miliardi di animali macellati e gettati ogni anno.

Le mucche, i maiali e simili vengono definiti «specie da reddito»: una definizione precisa, che indica le specie a cui noi umani abbiamo assegnato una funzione legata alla nostra economia. Non hanno un ruolo naturale nel ciclo degli ecosistemi – anzi, la loro presenza massiccia è uno dei grandi problemi legati alla perdita di biodiversità, aprendo tutto il cluster alimentazione-deforestazione-emissioni.

Convivenza e coesistenza: le parole del presente

Pensando a questa connessione costante tra specie diverse: esiste davvero una coesistenza rappresentativa della biodiversità? La biodiversità esiste perché le specie coesistono – ma c’è anche una forma di potere, di forza in questa relazione?

Esiste una forma di autoregolazione. Un esempio classico è spiegato dal modello di Lotka-Volterra, un sistema di equazioni differenziali non lineari del primo ordine che descrive la dinamica di due popolazioni in interazione: una preda e un predatore. Volendola semplificare molto, potremmo dire che il predatore «sa» quante prede può abbattere senza compromettere l’equilibrio. Se manca il predatore, le prede aumentano esponenzialmente, con impatti negativi sugli ecosistemi. L’esempio più classico è quello del lupo e degli ungulati.

Ma il termine «coesistenza» è interessante da un punto di vista diverso. Siamo in un momento storico in cui ci dimentichiamo addirittura dell’importanza di coesistere con i membri della nostra stessa specie – figuriamoci come possiamo intendere la relazione con individui di specie diverse. Invece capire che la nostra sopravvivenza è legata all’esistenza degli altri è fondamentale. Sembra un discorso filosofico, ma è estremamente scientifico: se scompaiono altre specie, il problema alla fine diventa anche il nostro.

Mi viene in mente un frattale: ramificazioni sempre uguali, in cui si cerca un equilibrio. Se tagli via un pezzo, crei un disequilibrio. Un rizoma (come dicevamo nell’ultima nostro newsletter) che cresce e si ramifica – e se ne togli un pezzo, il sistema si incrina.

Sì, è una buona immagine. E tra l’altro, una delle cose che dimentichiamo molto spesso è che la biodiversità è stata spesso relegata all’ambito scientifico, ai laboratori, ai ricercatori, a chi si occupa di animali e natura. In Italia, ad esempio, quando dico di avere una laurea in Scienze naturali, molti pensano alla naturopatia… In inglese, invece, sono una «natural scientist» – c’è una componente scientifica riconosciuta. Nel mondo delle organizzazioni, come in quello corporate, ci si dimentica dell’importanza della biodiversità, quando invece la sopravvivenza delle organizzazioni dipende da una biodiversità in salute.

I servizi ecosistemici hanno un valore stimato di circa 150 miliardi di dollari l’anno – dollari che non vengono contabilizzati nemmeno all’interno delle aziende. E se gli ecosistemi collassano, i costi sono enormi: la crisi della biodiversità comporta già oggi una perdita del 2,7% del PIL globale entro il 2030, circa 2.700 miliardi di dollari l’anno. Lo stesso World Economic Forum ha classificato la crisi ecologica tra i principali rischi globali, insieme a guerre e crisi energetiche. Eppure, continuiamo a ignorarlo.

La saggezza della natura – e il rewilding

Mi sembra che la biodiversità abbia una sorta di visione che noi non abbiamo. Le specie si autoregolano, tendono all’equilibrio, resistono nel tempo – se noi non interveniamo a gamba tesa. È come se ci fosse una saggezza intrinseca nella biodiversità, una propensione all’esistenza che guarda al futuro. Noi invece stiamo nell’imminenza, nell’immediato.

Dal punto di vista scientifico, l’obiettivo di ogni individuo di ogni specie è quello della procreazione – la cosiddetta fitness: tramandare i propri geni. In questo senso, la natura lavora costantemente per sopravvivere.

Nel caso dell’essere umano, credo che la componente dell’individualismo e del presente sia purtroppo troppo forte. Facciamo fatica a vederci come collettività, a pensare al lungo termine. Ci è stata venduta un’idea di progresso legata a quanto siamo capaci di consumare, a quanto riusciamo ad avere – tutto per soddisfare piaceri momentanei, nel breve termine. La stessa politica funziona così: l’importante è arrivare alle prossime elezioni.
La capacità di visione a lungo termine è quasi assente. Nella natura, in questo senso, tramandare i propri geni è un obiettivo che guarda al futuro. Se vogliamo possiamo chiamarla “saggezza”: sono convinta che la natura sia molto più saggia di noi.

Però bisogna stare attenti a usare questo come alibi: «tanto la natura si arrangia». Come si tiene insieme questa consapevolezza senza cadere nel «fa tutto lei»?

Esatto, è un rischio reale. Altra cosa è rendersi conto che la natura, in taluni casi, è in grado di rigenerarsi. E una delle strategie più affascinanti che abbiamo scoperto avere un enorme valore anche per la mitigazione della crisi climatica è il rewilding: la reintroduzione di specie selvatiche laddove sono state estirpate dall’essere umano, in modo da ricostituire la funzionalità degli ecosistemi.

Il rewilding è affascinante perché ci dimostra che, laddove proviamo a ripristinare uno stato originario, la natura riprende il suo corso e ricomincia a funzionare. E riesce addirittura a tappare alcuni dei danni che abbiamo creato.

Un esempio divertente e altrettanto illuminante: il ruolo dei castori nella mitigazione delle alluvioni in Inghilterra. I castori erano stati prelevati massicciamente – in parte perché le loro ghiandole producono la castorina, usata nell’industria dei profumi; in parte perché erano considerati specie nocive per gli alberi. In realtà sono specie funzionali agli ecosistemi. C’è una cittadina inglese che, dopo un’alluvione devastante, ha fortemente sostenuto la reintroduzione dei castori: nel giro di pochissimo tempo hanno costruito una diga spettacolare, che ha contenuto tutti gli eventi alluvionali successivi. Sembra un esempio banale, ma fa capire molte cose.

Uno studio pubblicato su Nature ha mostrato che il ripristino di nove specie animali a livello di numeri storici – tra cui i lupi e le megattere – è una delle strategie più efficienti per contenere l’innalzamento della temperatura entro 1,5 gradi centigradi, come richiesto dall’Accordo di Parigi.

Se lasciamo fare alla natura, possiamo davvero fare la differenza. Come ha detto uno dei padri del concetto di limiti planetari: senza una biodiversità in salute avremmo già superato l’innalzamento di 1,5 gradi da molto tempo.

E c’è anche un argomento economico, per chi parla quel linguaggio: per ogni dollaro investito in progetti di conservazione vengono generati tra 7 e 10 dollari di ritorno economico, che possono arrivare fino a 30 in alcuni casi. I progetti ambientali potrebbero creare fino a 395 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Non mi piace questa visione puramente utilitaristica, ma per chi ragiona in questi termini, tutelare la biodiversità è davvero un affare intelligente.

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Immagine di copertina Stenedit @Unsplash. Immagini all’interno del testo, dall’alto verso il basso: Luskas S, Matt L. Jn. e Bogomil @Unsplash

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