In questo tempo di passaggio da un anno con l’altro, capita spesso di sentirsi sollecitate e sollecitati a guardare avanti: quali trend stanno emergendo, quali trasformazioni ci stanno attraversando, quali cambiamenti sarà necessario intercettare per non restare indietro (è una domanda che attraversa anche il mondo dei finanziamenti, su cui lavoriamo da tempo e che proviamo a leggere come parte di un quadro più ampio, qui). In questo contesto leggere i segnali del presente è necessario, soprattutto per chi lavora in contesti complessi, dove le risorse sono limitate e le decisioni contano.
Insieme a questa spinta affiora una fatica silenziosa: non tutte le tendenze meritano di essere osservate o seguite. Il rischio è quello di rincorrere ciò che si muove più velocemente, perdendo di vista ciò che davvero orienta.
È da qui che nasce una domanda che, sempre più spesso, incontriamo nei contesti con cui lavoriamo:
che differenza c’è tra prevedere e comprendere i futuri?
Prevedere spinge a chiedersi cosa accadrà, a formulare risposte e a tentare di intercettarle al momento giusto – che potrebbe anche non arrivare se le previsioni si rivelassero fragili.
Comprendere – prendere con, contenere, raccogliere – significa, invece, leggere i segnali nel contesto in cui nascono, metterli in relazione con i valori, le possibilità e i limiti che (per fortuna) abbiamo a disposizione.
Non tutto ciò che emerge chiede una risposta immediata: alcuni segnali hanno bisogno di tempo, altri di essere lasciati andare. Ma comprendere, a un certo punto, chiede anche di scegliere. Soprattutto quando il problema non è la mancanza di informazioni, ma il loro eccesso. La domanda allora si sposta ancora un po’:
quando un segnale diventa direzione? E quali criteri utilizziamo per distinguere ciò che va osservato da ciò che chiede una presa di posizione?
Stare in questa domanda significa rendere l’azione intenzionale: accettare che comprendere richiede più tempo che prevedere; riconoscere che orientarsi nel futuro non è una questione di velocità, ma di postura.
E così, dopo aver attraversato nel 2025 alcuni temi che riteniamo rilevanti per il futuro delle nostre organizzazioni – le polarizzazioni, la questione demografica, i futuri possibili (raccolti in questa pubblicazione) – non archiviamo quelle riflessioni, ma le portiamo con noi.
Oggi proviamo a stare in queste domande nella nostra newsletter. Lo facciamo attraversando il 2026 con tre campi di lavoro che nascono da un percorso già in atto, e che per noi sono il modo di tradurre il comprendere in pratiche concrete.



Il primo campo riguarda la biodiversità e il modo in cui le organizzazioni abitano questa pluralità, interna ed esterna. Ha a che fare con la circolarità (ne avevamo scritto qui) e con la possibilità di mettere in relazione parti diverse, favorendo scambio, arricchimento e stratificazione. È una biodiversità che può essere letta, attivata e resa generativa.
In contesti sempre più complessi, la pluralità è una condizione concreta da progettare. In questo quadro, il crowdsourcing è una delle pratiche che ci sembra interessante indagare, come possibile leva per far emergere e mettere in relazione le biodiversità: apertura intenzionale, ascolto e responsabilità condivisa, capace di attivare intelligenze diffuse senza perdere orientamento.
Il secondo campo riguarda lo slancio. Di agire e reagire, di trasformare un’opportunità in una possibilità, di mettersi in movimento quando le condizioni lo permettono. Non è una partenza impulsiva ma una forza che nasce dall’ascolto del contesto e dal desiderio di non restare immobili: una disponibilità a esporsi, a provare, a fare un passo in avanti. È uno slancio che resta praticabile perché sa sostenere il carico delle decisioni, conservando ciò che emerge, lasciando sedimentare apprendimenti ed errori. Appartiene alle persone, ai contesti e alle organizzazioni che rendono possibile il movimento senza negare il limite.
Il terzo campo è quello dell’imperfezionismo come riconoscimento del carattere non lineare dei processi: lavorare accettando che le decisioni non sono definitive, che la revisione fa parte del percorso, che il cambiamento avviene anche per aggiustamenti successivi.
In un tempo che chiede performance continue e risposte immediate, l’imperfezionismo può diventare risorsa fertile quando permette di apprendere lungo il cammino; senza fermarsi e aprendo altre strade.
Biodiversità, slancio, imperfezionismo: tre parole che ci affiancheranno nell’aprire discorsi e riflessioni.
Le attraverseremo con un ritmo scandito:
- una prima voce per aprire le questioni,
- approfondimenti per entrarci dentro
- momenti di confronto per rimetterle in circolo.
Un modo per fermarsi a pensare insieme e costruire, passo dopo passo, condizioni più capaci di futuro.
Lo faremo con te e con coloro che oggi ci stanno leggendo.
Questa newsletter negli ultimi mesi ha raggiunto stabilmente una comunità di oltre 7.000 persone (oggi 7.758), con un tasso medio di lettura del 28,1%.
Chi ci legge lavora in organizzazioni culturali, imprese, associazioni e fondazioni, dentro enti pubblici che provano a innovare; ci sono liberi professionisti, connessi a progetti, territori e comunità.
Mondi con una stessa esigenza ricorrente: trovare parole e criteri per orientarsi senza semplificare, e per scegliere direzioni abitabili, anche quando il rumore aumenta.

Le proteine di questa newsletter.
L’équipe di Excursus è in prevalenza femminile; poiché le riflessioni di questa newsletter nascono e si nutrono soprattutto in équipe, utilizziamo il femminile sovraesteso.
Immagine di copertina Cottonbro @Pexels. Immagini all’interno del testo, da sinistra a destra: This is engineering, Michele Raffoni, Riho Kitagawa @Pexels